La mia famiglia

Giovedì 06 Agosto 2009 17:10 Alessandro Di Caro E-mail Stampa PDF

Capitolo I

Dove si parla di cose e fatti strani…

 

 

1.Il mondo è tutto ciò che accade.

Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose.

 

Che vuol dir ciò? Si chiese il giovane discepolo del filosofo persiano che gli aveva scritto queste parole citandole da un oscuro libro intitolato Tractatus logico-philosophicus. Certamente il mondo è costituito da fatti e da cose, questo lo capiva bene, sembrava quasi che il testo volesse dire di non credere alle illusioni , che ciò che conta nel mondo sono i fatti e le cose.

Ma, e questo ma gli sembrava decisivo - il testo diceva appunto che il fatti erano diversi dalle cose. E qui la sua comprensione arretrava. Non solo, ma che il mondo era costituito da fatti non da cose.

Che voleva dir ciò?

Prese coraggio e si recò nella capanna dove viveva il filosofo. Questi stava bevendo un intruglio di erbe e fu sorpreso quando il giovane discepolo gli disse entrando quasi con furia: «Questo scritto che mi hai dato vuol dire che quella che stai sorbendo non è una cosa? E' un invito alla pazzia! E un invito a credere all'assurdo! Bene io mi rifiuto di credere a questo».

«Calmati» disse il filosofo, «mettiti a sedere qui vicino a me e, dopo esserti calmato, rifletti.». Un lungo silenzio seguì queste parole. Poi il filosofo disse: «indicami un po’ la cosa che hai fatto». «Che cosa?» rispose il discepolo. «Ma…» replicò il filosofo «il fatto che ti sei seduto che sembra che ti sei calmato e che, penso, un po' sicuramente hai riflettuto»

«Ma, maestro mio, »disse con un certa timidezza e paura di offendere il discepolo «è certo che non ti posso indicare queste azioni che hai descritto e che io ho fatto. Al massimo le posso aver mostrate

soltanto quando le ho fatte, ma certo queste non sono delle cose».

«Ecco le risposte che cercavi» rispose dolcemente il filosofo.« Le azioni che hai fatto sono appunto dei fatti, non delle cose e certo tu le hai fatte perché io te l'ho descritte e anche tu per ripresentarle le hai dovute ridescrivere. Il fatti si possono solo descrivere non indicare. Ma il mondo, il mondo che interessa me e te ed altri uomini è il mondo che possiamo descrivere».

Ma già tramontava la sera e il filosofo congedava il suo giovane discepolo non prima di avergli messo in mano un papiro dove vi era scritto qualcosa. «Leggilo domani quando sarai calmo»

 

Il giovane discepolo, invece tornando a casa lesse subito:

 

1. 11 Il mondo è determinato dai fatti e dall'essere essi tutti i fatti.

1.12 Che la totalità dei fatti determina ciò che accade, ed anche tutto ciò che non accade .

1.13 I fatti nello spazio logico sono il mondo.

 

Aveva capito la faccenda dei fatti, molto più complicato era il costatare la questione che questi erano tutti i fatti. Certo in un certo senso capiva che se si parlava del mondo i fatti dovevano essere tutti. Il mondo era tutti i fatti, certo.

Si addormentò e sognava di prati, case e comignoli romantici (ma c'era qualcuno che soggiungeva , con la faccia da diavoletto: ma questi sono fatti e sono tutti?).

Incontrò il maestro che stava rosolando sul braciere un coscio di agnello (il discepolo pensò «che bel fatto») e con tutta tranquillità non senza una certa vena ironica disse :«vedo che per oggi tutti i fatti stanno lì sopra il fuoco».

Il maestro capì l'allusione e sorrise poi disse :

«Hai mai sentito parlare di un certo Aristotele, un greco contemporaneo e maestro del nostro antico imperatore Alessandro Magno, quel macedone che sposò la nostra Rossane?»

«Certo, maestro, sono mica tanto ignorante» rispose il discepolo.

«Bene, allora avrai anche sentito dire che Aristotele ha inventato la logica quella, tanto per intenderci, sillogistica del tipo:

Tutti gli uomini sono mortali

Aristotele è uomo

Quindi Aristotele e mortale.

Bene pensa soltanto per un attimo che quel tutti iniziale non comprendesse, proprio tutti gli uomini, che fosse per così dire una totalità monca.

Non potresti concludere logicamente che Aristotele è anch'esso mortale. Quindi quando raggiungiamo il piano della descrizione, del linguaggio, immediatamente si dispone ( in ogni contesto, in ogni linguaggio) il piano della totalità. Verrà un tempo che gli uomini avranno pochissimi segni per descrivere linguaggi ( - il profeta Zarathustra afferma addirittura che ci saranno solo lo 0 e l'uno per descrivere ogni realtà), ma questi pochissimi segni non si possono ridurre a solo un segno. Un segno solo non è una totalità.

Abbiamo bisogno per lo meno di due segni.

Per ritornare allo scritto che ti ho dato e che vedo ti dà da pensare. Anche li hai per così dire due segni. I fatti che accadono e quelli che non accadono. L'arrosto che sta cuocendo sul fuoco certamente è caldo, ma nella misura in cui è caldo determina anche il fatto che non è freddo, nè tiepido. Siamo sempre nel campo della totalità (la particolare totalità culinaria di questo coscio di agnello).

Ma la totalità di cui parlo non è la realtà che vedi, che si mostra: è solo la totalità del nostro linguaggio, del nostro dire. Il dire le cose, non è affatto la stessa cosa del mostrare le cose».

Il discepolo guardava meravigliato il maestro, e si sentiva poco intelligente anche se le cose che sentiva gli sembravano venire da una distanza immensa, ma anche stranamente molto vicina. Poi venne distratto dal tonfo di un libro. Il libro, polveroso, era intitolato Tractatus logico-philosophicus. Lo aprì e lesse una buona pagina oltre le righe che già conosceva.

 

1. 2 Il mondo si divide in fatti.

1.21 Qualcosa può accadere o non accadere e tutto il resto rimanere uguale.

2 Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose

2.01 Lo stato di cose è un nesso di oggetti (entità, cose). 2.011 E' essenziale alla cosa poter essere parte costitutiva di uno stato di cose .

2. 012 Nella logica nulla è accidentale. Se la cosa può ricorrere nello

stato di cose, la possibilità dello stato di cose dev'essere già pregiudicata nella cosa.

2.021 Parrebbe quasi un accidente se alla cosa, che potesse sussistere per se sola, successivamente potesse convenire una situazione. Se le cose possono ricorrere in stati di cose, ciò deve già essere in esse. (Qualcosa di logico non può essere solo-possibile. La logica tratta di ogni possibilità, e tutte le possibilità sono i suoi fatti.).Come non possiamo affatto concepire oggetti spaziali fuori dello spazio, oggetti temporali fuori del tempo, così noi non possiamo concepire alcun oggetto fuori della possibilità del suo nesso con gli altri.

Se posso concepire l'oggetto nel contesto dello stato di cose, io non posso concepirlo fuori della possibilità di questo contesto.

2.0l22 La cosa è indipendente nella misura nel la quale essa può ricorrere in tutte le situazioni possibili. ma questa forma d' indipendenza è una forma di connessione con lo stato di cose, una forma di non-indipendenza. (E' impossibile che le parole appaiono in due differenti modi: da sole, e nella proposizione).

2. 0123 Se conosco l'oggetto, io conosco anche tutte le possibilità della sua ricorrenza in stati di cose. (Ognuna di tali possibilità dev'essere nella natura dell'oggetto) Non può trovarsi successivamente una nuova possibilità.

2. 01231 Per conoscere un oggetto non ne devo conoscere le proprietà esterne - ma tutte le sue proprietà interne io le devo conoscere.

2. 0124 Se sono dati tutti gli oggetti, con ciò sono dati tutti gli stati di cose possibili.

 

La lettura è veramente pesante pensò il giovane discepolo e lo disse al maestro.

«Vedi, disse, in un certo senso tu hai ragione: la lettura è pesante perchè ancora tu non ti sei fatto leggero; come è possibile far volare quel pesantissimo sasso che vedi davanti a te?» Il maestro aveva indicato un sasso a forma di piramide davanti al deserto che circondava la piana dell'oasi dove stava la sua capanna.

«Non con la magia, naturalmente, ma con la magia delle parole: il sasso, diventato parola, vola in alto nel cielo. La parola è leggera, il discorso è leggero, la logica è leggera.

Se sei diventato leggero, se hai capito che siamo nel mondo del linguaggio, dove tutto è leggero capirai che ogni fatto linguistico può accadere e non accadere e tutto il resto (del linguaggio ) rimanere uguale.

Ma invece nel mondo pesante, quello della realtà, quello del mostrare, ogni accadimento àltera qualcosa di altro. Il fumo di questo agnello diventerà forse una goccia di pioggia, chissà. Ma forse diventerà un fiocco di nuvola.

Tuttavia non pensare che il fumo possa diventare ogni cosa anche se è il fumo leggero fatto parola. Il fumo è certo lieve, ma in senso che adesso ti voglio dire è anche pesante perchè per esempio non potrà mai diventare «astuto». Il volto che tu vedi della parola fumo non è rappresentato dalla realtà del fumo, ma soltanto del fatto che esso può stare con parole come aria, leggero, vapore, azzurro, bianco, nero, la sua realtà è determinata da tutte queste altre parole. La sua pesantezza logica (diremmo il suo significato) è determinato da tutte queste parole che lo fanno stare fermo in quel significato, in quello spazio logico e non per esempio nello spazio logico della parola astuto.

Certo, i bambini sono molto più leggeri. Per loro ci può essere un fumo astuto. Ma i bambini non hanno ancora reso pesanti le parole (non hanno dato loro un significato preciso).

Fumo certo è indipendente da tutte quelle parole che abbiamo detto aria, leggero, vapore, azzurro,bianco,nero ma questa forma di indipendenza è anche una forma di dipendenza perchè solo da quelle parole il fumo guadagna il suo significato.

Se conosco veramente la parola fumo io conosco anche tutte le sue possibili occorrenze in altri stati di cose, anche in quel particolare stato di cose della frase giuridico-politica fumus persecutionis.

Il discepolo si sentiva veramente leggero, anche perchè tutto quel discorrere di fumo e di nuvole, gli aveva messo molto appetito, e voleva diventare un poco più pesante.

Disse al maestro:

«Non ho afferrato tutto quello che tu hai spiegato: ma una cosa mi appare chiara: quella relazione esterna - il fumo dell'arrosto - diventerà tra poco interna, molto interna, nel fondo del mio stomaco.»

Il maestro rise e di buon grado apparecchiò per il commensale e divise il coscio rigorosamente in due parti.

Alla fine del pasto il maestro soggiunse «Non ti voglio rovinare la digestione ma il significato che tu hai dato a interno ed esterno, non è quello del Tractatus e lo sai bene.

Vedi, una relazione interna è una relazione logica. Se io dico che questa pietra è più scura di un'altra certamente la relazione è esterna. Ma la parola scuro ha una relazione interna con la parola chiaro. Non si può parlare dello scuro senza immediatamente riferirsi anche al chiaro».

Ma, cullato dal sapore dell'agnello, e dal tepore del fuoco, il discepolo era scivolato tra le braccia di Morfeo.

 

 

La notte passò velocemente. Il sole si alzava incerto sulle dune rosse. Il giovane discepolo, controvoglia, guardando quasi come un nemico il libro, lesse, con ribrezzo:

 

2. 013 Ogni cosa è come in uno spazio di possibili stati di cose. Questo spazio posso pensarlo vuoto, ma certo io non posso pensare la cosa senza lo spazio.

2. 0131 L'oggetto spaziale dev'essere nello spazio infinito. (il punto dello spazio è un posto d'argomento). La macchia nel campo visivo può non essere rossa, ma un colore non può non averlo: Essa ha, per cosi dire, lo spazio cromatico intorno a sé. Il suono deve avere una altezza, l'oggetto del tatto una durezza, e cosi via.

2. 014 Gli oggetti contengono la possibilità di tutte le situazioni.

2. 0141 La possibilità della sua ricorrenza in stati di cose è la forma del1' oggetto .

2. 02 L'oggetto è semplice.

 

Il giovane discepolo leggeva e rileggeva queste strane parole e non riusciva a raccapezzarsi. Forse che le parole erano come quei discorsi dei saggi indiani – li chiamavano koan – che avevano appunto l’ufficio di abbandonare il senso del koan per giungere al non-senso?

Si avviò alla capanna del maestro che accoccolato beatamente all’ombra fumava da uno strano narghilè di sua invenzione che aveva il fornello appeso alla schiena. (Un tempo il discepolo gli aveva chiesto il perché di quello strano aggeggio e il maestro aveva risposto che non gli piaceva il collegamento usato da tutti fumo – fuoco; in questo caso c’era un collegamento invisibile caldo-fuoco).

«Caro maestro» disse «sono alle solite: che cosa vuol dire questo brano del libro che ho avuto la ventura di leggere?»

«Vedi» rispose placidamente il maestro «cominciamo a leggere l’ultima proposizione». «Essa dice:l’oggetto è semplice. Facciamo qualche esempio: tu vedi questo narghilè?« «Certo lo vedo» rispose il discepolo «Saresti disposto ad ammettere che sia un oggetto semplice?» Il discepolo lo guardava stupidamente e poi, con un atto di notevole coraggio disse «Direi proprio di no». «Bene » disse il maestro «ammettiamo ora che io ti chieda: porta questo narghilè dentro la tenda. Tu che fai?» «Ma non so, rispose il discepolo per farti piacere lo porterei senza far domande» «Non mi faresti queste domande: ma devo portare il narghilè con tutto il fornello oppure devo lasciare il bocchino?» «Certo che no» «Bene vedi che allora l’oggetto in questo caso si comporta da oggetto semplice anche se semplice non è»

«Ma »rispose il discepolo «in questo caso però posso trasportare il narghilè come un oggetto intero perché le sue parti sono connesse le une alle altre, tanto è vero che se ci fosse una borsa di tabacco lì vicino, la domanda: devo portare il narghilè assieme al tabacco avrebbe un senso» «Certo» rispose il maestro, compiaciuto «Vedo che ragioni bene. Ma se la borsa del tabacco facesse parte essenziale del narghilè, fosse attaccata e legata con una corda al narghilè, tu mi faresti ancora la domanda?» «Certo che sì, se non altro per dirti: devo portare anche la borsa di tabacco?». «Come vedi allora la questione della semplicità dell’oggetto non è, non può essere una questione fisica, ma solo una questione logica. Abbiamo battezzato quella cosa strana e complicata che serve per fumare: narghilè. Ebbene questo battesimo dissolve ad un tratto tutta la sua complessità».

L’oggetto è semplice dunque ma soltanto perché nella proposizione

‘Il narghilè è uno strumento che serve a fumare’ esso FUNGE da oggetto semplice. Invece nella proposizione

‘Il narghilè è costituito da un fornello, un bocchino, un tubo che contiene l’acqua’

il narghilè DIVENTAun oggetto complesso.

Semplice e complesso non sono proprietà delle cose, ma soltanto delle parole con cui designiamo le cose. E poiché per descrivere a parole il narghilè devo indicare una serie di parole: fornello, un bocchino, un tubo che contiene l’acqua, il fumare. Lo spazio logico del narghilè comprende questa serie di parole. E così se parliamo di ‘macchia’ non possiamo non pensare ad un colore di questa macchia. Una macchia bianca, su fondo bianco, ad esempio non esiste affatto. Il bianco ha tutt’intorno lo spazio logico dello scuro.

Certo posso anche pensare lo spazio senza alcuna cosa, ma se penso una cosa devo pensare anche lo spazio attorno a sé»

Dopo la lunga spiegazione il discepolo sembrava abbastanza soddisfatto: « Caro maestro, queste cose ho l’impressione di averle sentite già da qualche altra parte. Mi ricorda un nome tedesco : Kent, Kunt, no, ecco: ci sono Kant. Sbaglio?»

«Bravo» disse il maestro e gli offrì come premio una manciata di tabacco.

 

Il rapporto tra maestro e discepolo era molto particolare; il maestro non approfittava mai del suo sapere e il discepolo non esagerava mai nella sua ironia terra-terra. Eppure quel rapporto era stato condotto da altri in termini del tutto diversi. Il maestro pensava a questo quando disse:

«Sai chi è l'autore di questo libro?» «Ma, c'è scritto...Wittgenstein» rispose, guardingo, il discepolo.

«Bene Wittgenstein aveva due maestri: uno si chiamava Frege e l'altro Russell; ma con nessuno dei due - forse più con Frege che con Russell - c'è mai stato un rapporto pacifico come il nostro. Wittgenstein confondeva i rapporti umani con quelli logici; se c'era una piccolissima incomprensione, l'attribuiva ad una mostruosa intenzione di sopraffazione. Perchè gli sembrava impossibile che uomini, così pronti a cogliere le sottilezze della logica, non potessero capire la sua istanza morale.

Ti ho detto questo per farti capire le frasi che seguono» :

 

2. 0201 Ogni enunciato sopra complessi può scomporsi in un enunciato sopra le loro parti costitutive e nelle proposizioni che descrivono completamente i complessi.

2. 021 Gli oggetti formano la sostanza del mondo. Perciò essi non possono essere composti.

2.0211 Se il mondo non avesse una sostanza, l'avere una proposizione senso dipenderebbe allora dall'essere un'altra proposizione vera.

 

«Ma - disse il discepolo - non so perchè l'hai fatta tanto lunga. Mi sembra di capire, una volta tanto, senza tanti discorsi. L'ultima proposizione in effetti mi crea qualche problema. Ma sul fatto che c'è una sostanza del mondo, ebbene, non posso che essere d'accordo».

Il maestro sorrideva leggermente divertito. «Vedi caro discepolo - disse- questo libro è molto singolare, perchè se credi di aver capito, è certo che non hai capito; se invece ti trovi nella più perfetta confusione, vuol dire che sei sulla strada buona»

«Bene - disse rassegnato e un po' sospettoso il discepolo - con eleganza mi hai detto che ancora una volta non ho capito». Ma mentre parlava guardava il maestro con qualche dubbio sulla sua sanità mentale, perchè la frase che aveva detto era proprio folle.

Il maestro si accorse dello sguardo, ma continuò imperterrito.

«Vedi, prima di questo libro Wittgenstein aveva scritto in un suo quaderno, intitolato Note sulla logica,p.201:

Frege disse "le proposizioni sono nomi"; Russell disse "le proposizioni corrispondono a complessi". Ambo le tesi sono false; e specialmente falsa è l'asserzione "le proposizioni sono nomi di complessi". I fatti non possono essere nominati.

Ora, la prima proposizione vuol rispondere proprio a questa domanda, domanda a cui tu hai già risposto ma che si può complicare, perchè si potrebbe credere che un fatto reale - ad esempio la colazione che abbiamo appena fatto - sia un complesso di cose che esiste nella realtà, prima di esistere nella proposizione.

Ma nella realtà non esistono «i complessi», questi esistono solo nella proposizione, nella proposizione esistono le parole ma esistono anche i legami tra le parole che ci fanno capire come le parole le possiamo legare. La prima proposizione ci fa capire che nel linguaggio noi possiamo indicare una cosa semplice e una cosa complessa. Il linguaggio è l'artefice del semplice e del complesso: Facciamo parlare Wittgenstein stesso

'Non vi sono oggetti composti, dunque, vuole allora dire per noi: Nella proposizione dev'esser chiaro come è composto l'oggetto, nella misura in cui noi possiamo parlare della sua complessità. -Il senso della proposizione deve apparire, nella proposizione, scomposto nelle sue parti costitutive semplici -. E queste parti sono allora realmente indivisibili, poichè, ulteriormente scomposte non sarebbero QUESTE Quaderni,p.161 .

Se io ti dicessi di prendere il narghilè appoggiato sulla parete tu comprenderesti perfettamente quello che io dico. Non ci sarebbe bisogno di dire che il narghilè è composto da bocchino, fornello, tubo interno. Così come il complesso formato dalla tenda e dallo sfondo delle dune di sabbia è un complesso solo perchè io ho posto le parole tenda, sfondo, dune di sabbia in un certo ordine. All'infuori della proposizione il complesso non c'è.

E quindi le proposizioni non sono affatto i nomi dei complessi»

Il discepolo era molto perplesso rimuginava tra se e sè. Poi, gli venne come un'improvvisa luce: «Vuoi dire forse che nella realtà, tutto è semplice e siamo noi a complessificare le cose?»

«Ehm... In un certo senso hai ragione - rispose il maestro, ma non sono affatto sicuro di aver capito quello che tu dici e se soprattutto corrisponde a quello che io dico».

«Io intendo questo - continuò il discepolo - ammetti che io sia un bambino che conosce soltanto poche parole e sappia soltanto due parole : deserto e tenda. Se tu mi chiedessi di portarmi il narghilè, che come vedi adesso si trova all'interno della tenda e mi chiedessi come si chiama io probabilmente direi :tenda».

«Certo - rispose il maestro - anche se avresti qualche dubbio a usare la stessa parola per indicare la tenda vera e propria. Questa esigenza di complessificare le parole è l'esigenza che sta dietro il linguaggio, la nostra curiosità, i perchè»

«Tuttavia, il mondo, cosi' come appare ha bisogno di oggetti semplici, non solo ma che gli stessi oggetti, siano sempre nominati in una certa sequenza, così come la nostra esperienza li vede, perchè vedi discepolo mio, se a te bambino io un giorno insegno che quello laggiù è il deserto e il giorno dopo è invece tenda, non mi comprenderesti affatto».

«Bene, disse il discepolo, ma io so che questo oggetto semplice - il deserto - è in realtà complicatissimo, ci sono degli animali che vivono dentro di esso, oasi lontane, etc.»

«Certo che è cosi' - rispose il maestro - ma tutti questi oggetti nuovi contraddicono la parola 'deserto'?, Voglio dire ritieni che questo sia la stessa cosa del dire che la tenda un giorno si chiama tenda e l'altro giorno si chiama deserto?»

«Certo che no, rispose il discepolo».

«Bene questo è ciò che Wittgenstein chiama sostanza e che naturalmente non ha per nulla a che fare con la sostanza del maestro di Alessandro, Aristotele. La sostanza è il movimento per cui bisogna non contraddirsi»

«Ma la realtà si può contraddire? » chiese, quasi misticamente, il discepolo.

«Che bella domanda - rispose il maestro, stai diventando proprio bravo - per quello che ne so io, cioè per lo sfondo millenario di parole che ho appreso a questo punto della vita, sembra proprio di no. Ma quello che so io è uno sfondo millenario di parole, che danno senso solo al mio povero mondo» «Il futuro è imprevedibile - disse con un sospiro il maestro - e con questo per oggi finiamo, che sono molto stanco»

«Ma come - disse il discepolo - e l'ultima proposizione non me la spieghi?».

«Lasciami riposare » rispose davvero stanco il maestro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo II

Dove si parla, sostanzialmente, della sostanza...

 

Il sonno del maestro, svuotò il discepolo di ogni velleità interpretativa. Si riposava anche lui poco lontano dalla capanna e si guardava intorno, in quel deserto che credeva di conoscere per bene e che gli era familiare e, paradossalmente, amico. Il fatto di avere tutto intorno l’aria vuota e a perdita d’orizzonte il niente, gli metteva addosso sempre una straordinaria allegria. Contento cercò di interpretare per cosi’ dire a modo suo l’ultima frase.

La sostanza – pensava – è il movimento per cui le parole non possono contraddirsi. Così diceva il maestro. Se non fosse cosi’, una proposizione avrebbe senso soltanto se dipendesse da un’ altra proposizione vera.

«Certo,ci sono»– disse « credo che sia cosi’. Ammettiamo che non fosse possibile quel movimento allora ogni volta io dovrei trovare un ancoramento alla realtà, un bisogno di sapere che il ragno che probabilmente mi sta passando sotto i piedi, ci sia realmente, che la serpe che vedo disegnata come uno scarabocchio lontano non è uno scherzo del sole. Ogni cosa che dicesse il mio maestro potrebbe essere messa in forse. E’ vero? E vero?»

«In effetti non ci comportiamo mai cosi’ – tranne che in particolari casi. Quando siamo diffidenti, quando non crediamo alle parole di chi parla. Ma normalmente se qualcuno dice :oggi sono andato a mangiare, nessuno si pone la domanda: ma sarà vero?»

Il discepolo pensava che in fondo la cosa era abbastanza banale. Si sentì osservato e volse lo sguardo nella direzione in cui aveva avvertito lo sguardo.

Era il maestro che lo guardava divertito

«Sai, disse, dai tuoi movimenti del capo ho capito che stavi parlando tra te e te»

«E’ vero, disse il discepolo, stavo pensando a quella benedetta ultima proposizione»

«Allora , disse il maestro, che ne dici: come la vuoi interpretare? » «Ho concluso che quando diciamo qualcosa di banale e normale, nessuno ci dice ma è vero? E vero?».

«Bene, disse il maestro, non so se ho molto capito quello che hai detto. Ad ogni buon conto ti esporrò il pensiero di Wittgenstein e vediamo se collima con il tuo.

In suo appunto Wittgenstein diceva (Quaderni 21.10.14)

“Supposto infatti che vi siano solo le due proposizioni elementari 'a' e 'a', e che 'a' sia falsa, perché questa proposizione dovrebbe aver un senso solo se 'a' è vera?”

«Non ti spaventare riprese il maestro . Qui sembra che si dica soltanto che le proposizioni devono avere tutto lo stesso statuto. Ma si dice anche che il significato, il senso di una proposizione non solo non ha nulla a che fare con la sua verità o falsità. Quando mettiamo insieme una serie di proposizioni diamo per scontato che esse siano vere e la garanzia che lo sono dipende dalle immagini logicamente legate tra loro che ci permettono di affermare un discorso logico. Il precedente che un realista insegue cercando di verificare una proposizione è già presente nel legame logico per cui creiamo legami logici tra serie di proposizioni. Ad esempio quando diciamo che nel deserto c’è la sabbia ma anche, probabilmente, animaletti, ragni, serpenti, etc. Non diciamo mai, in certi contesti: meraviglioso! Se abbiamo un’immagine del mondo non riteniamo affatto che questa immagine sia “meravigliosa” anzi talvolta ci appare abbastanza banale»

Il discepolo guardava con aria dubbiosa: «Caro maestro, non ti offendere ma mi pare che tu stia dicendo le cose che ho detto anch'io» Il maestro lo guardò divertito e poi rispose con umiltà «Credo che tu abbia ragione. Ti manca ora fiducia nel maestro, visto che hai pensato gli stessi pensieri suoi e di Wittgenstein?» «Certo che no, rispose il discepolo, anzi mi sembri più vicino e simpatico, però confesso che mi sembra di essere più insicuro» «Certo, rispose il maestro, per darti fiducia te la devo togliere»

«Eccoti accontentato: non ti pare che abbiamo toccato un concetto nuovo, nel nostro discorso, il concetto di immagine?»

«Ma, disse il discepolo con una certa tracotanza, non mi pare che il concetto di immagine sia qualcosa di nuovo»

«Ah si? rispose il maestro, definisci allora il concetto di immagine»

«Beh, immagine è una rappresentazione di qualcos'altro. Per esempio questo deserto è un'immagine dell'infinito»

«Bene, disse il maestro. Ma se io ti dico di immaginare qualcosa, per esempio un uccello, quello che tu immagini è una rappresentazione dell'uccello? »

«Certo, rispose senza esitazioni il discepolo»

«E come fai a sapere che rappresenta un uccello, riprese il maestro, confronti forse l'immagine con la realtà dell'uccello che non vedrai mai?»

«Certo che no, rispose il discepolo»

«Come vedi, disse il maestro, puoi immaginare un'immagine di qualcosa che non esiste»

«Certo, rispose il discepolo»

«Vedi caro figliolo, continuò il maestro, quello che tu dici è di straordinaria importanza e può servire da spiegazione a questa frase di Wittgenstein»

 

 

 

2.0212 Sarebbe allora impossibile progettare un'immagine del mondo (vera o falsa).

 

Il discepolo non si ricordava più il contesto della frase. Il maestro la ricordò «Se non ci fosse una sostanza, allora ...»

«Ah, già la faccenda della sostanza... ma allora questo vuol dire che l'immagine che noi creiamo nella mente o descriviamo con un linguaggio non dipende affatto dalla realtà»

«Piano, piano... disse il maestro. Quando hai immaginato l'uccello, l'avresti potuto immaginare se non avessi visto alcun uccello nella tua vita?»

«Non so che risponderti, forse avrei immaginato qualche essere strano, metà rettile o ragno»

«Come vedi però tu fai riferimento a pezzi di mondo reale (il rettile, il ragno). La questione è complessa perchè in realtà la mia ipotesi è molto astratta. Quello che però è importante che le immagini noi le leghiamo con una struttura che un animale non potrebbe cogliere, voglio dire la struttura è quella del linguaggio, la sostanza è quella del linguaggio. E' molto dubbia la situazione che immagina un linguaggio senza il mondo circostante. Quando io ti ho invitato a pensare a quella situazione di descrivere un uccello senza averne avuto mai conoscenza, descrivevo quella situazione dubbia»

«Come sei curioso maestro; adesso mi inviti a pensare come un animale. Ma come è possibile? »

«E' certo che tu non puoi pensare come un animale...» Il discepolo guardava incerto il maestro e non era sicuro se dietro la maschera seria, non volesse prenderlo un po' in giro, ma subito fu rassicurato dal seguito della frase «come me del resto e come tutti gli uomini, ma ti invito a pensare al limite del nostro linguaggio, a vedere come tutto ciò che ci circonda e prende una forma logica: il deserto è sullo sfondo, dietro ci sono il cielo e i bagliori del tramonto, non è cosi' scontato e banale come ci appare perchè siamo sempre dentro questa forma. Eccoti una bella frase di Ludwig che condensa quello che voglio dire»

 

2. 022 E' manifesto che un mondo, per quanto differente sia pensato dal mondo reale, deve avere in comune con il mondo reale qualcosa - una forma.

2. 023 Questa forma fissa consta appunto degli oggetti.

 

«Caro maestro, adesso mi mette un poco in difficoltà, nel senoso che mi sembra di aver capito perfettamente e da quanto mi dicevi prima questo è il momento più pericoloso perchè in realtà non avrei capito niente»

«Riposati pure in questa perfetta oasi di significato compreso, rispose il maestro. Ma adesso proseguo le citazioni che ti avvolgeranno nella consueta abituale polvere dell'incomprensione: sta attento»

 

2. 0231 La sostanza del mondo può determinare solo una forma, non proprietà materiali. infatti queste sono rappresentate solo dalle proposizioni - sono formate solo dalla configurazione degli oggetti.

 

«Caro maestro, è proprio come tu dicevi, sono uscito dall'oasi come un cammelliere che pure deve proseguire e tuttavia rimpiange l'acqua fresca. Cosa vuol dire quest'altra benedetta frase che mi hai detto?»

 

«Vedi figliolo: entrambi vediamo lo stesso paesaggio, le stesse cose. Tuttavia se io dico: vedi là nel deserto quella macchia scura, tu li per li' non la vedi e non perchè sei debole di vista - lo so che vedi molto meglio di me che sono vecchio - ma perchè fatichi ad isolare con lo sguardo il pezzetto di forma fissa che io invece ho isolato. Ma questo non significa affatto che non capisci quello che dico. Anzi è soltanto la frase che indica una proprietà materiale della forma fissa , la macchia scura, la guida che ti indirizza verso il punto da me indicato. La macchia scura forma una configurazione della forma fissa degli oggetti che forma cosi' un nuovo oggetto, per cosi' dire».

«Sarebbe come un fascio di luce che illumina gli oggetti di una stanza? »

«Ma sai che sei proprio bravo, replicò il maestro, però la metafora è fuorviante perchè nella stanza buia non vedi nulla senza la luce. Diciamo una stanza in penombra, con una forte luce che l'illumina. La luce sono le proposizioni che dicono : lì c'è un tavolo, là un narghilè, quà un cammello etc.Il linguaggio con le sue proposizioni si comporta come quel fascio di luce. Un bimbo senza linguaggio non vedrebbe probabilmente in questa nostra tenda i mobili ,le sedie, il narghilè, i tappeti; se l'unica parola che gli è stata indicata è tenda vedrebbe un ammasso le cui serie sarebbero tutte definite dalla parola tenda. O per meglio dire vedrebbe gli oggetti senza proprietà materiali. Se comincia a distinguere un tavolo è perché quell'oggetto indefinibile ha ricevuto tramite una proposizione una proprietà materiale».

«In un certo senso, maestro, senza linguaggio la realtà sarebbe indefinibile. Ecco perché i bambini si chiedono sempre: cos’è?, perché? Non si tratta di un’esigenza di conoscenza ma di un’esigenza di simmetria e di ordine o anche un esigenza di memoria. Certo immaginare il mondo senza linguaggio mi sembra impossibile maestro: ci sarebbe un magma confuso di cose senza ordine e nessi. Un mare di oggettività».

«Scusami, disse il maestro, tu come la pensi su questo punto che dice Wittgenstein, su questa frase»

 

2. 0232 Detto approssimativamente: Gli oggetti sono incolori.

 

«Caro maestro, mi sembra molto assurdo. Questo mare di oggettività sarebbe incolore? Mi sembra poco probabile»

 

«A dir la verità anche a me, rispose il maestro. Però non mi sembra possibile che il nostro Ludwig dica improvvisamente delle castronerie. Vediamo un po’… ci sono! Se io ti dicessi che il colore del deserto è giallo, apparentemente avrei detto una cosa naturale, scontata. Ma se lo dicessi ad un cieco nato per costui la cosa non avrebbe un aspetto così naturale come per noi. Capirebbe che il colore è qualcosa connesso con un oggetto, ma non cosa possa essere. Tuttavia se gli dicessimo che il mondo è costituito da una sostanza in cui sono gli oggetti, comprenderebbe benissimo la cosa»

«Certo, maestro, ma il fatto dipende dai suoi sensi, perché se non avesse il senso del tatto, dell’udito, del gusto e dell’odorato, forse non potrebbe nemmeno pensare alla sostanza e agli oggetti»

«Non so se ti rendi conto di quello che stai dicendo: e che essere sarebbe un tale essere? Un dio, un angelo o un animale? O tutte queste cose insieme?»

«Certo sarebbe assurdo. Tuttavia posso azzardare una mia idea? Forse già con un solo senso potrebbe possedere l’idea della sostanza»

«Io dico che sarebbe sufficiente quello dell’udito»

«Ah si? E perché?»

«Perché potrebbe udire le parole, il linguaggio, in un certo senso anche quelle sono oggetti»

«Caro maestro, questa mi piace proprio. Tu dici che Ludwig aveva in mente le stesse cose quando scriveva il Tractatus?»

«E’ ben difficile dire cosa ha uno nella mente se non lo dice. Comunque da quello che scrive, penso che avesse in mente qualcosa di simile. Gli oggetti sono incolori soltanto nel linguaggio. La parola “rosa” non è affatto colorata»

«Ma allora la soluzione sta appunto in questo che la sostanza e gli oggetti sono soltanto i punti fissi delle nostre parole e del nostro linguaggio, che ne dici maestro?»

«Ma… sono molto incerto, a prima vista avresti ragione tu ma ciò significherebbe che il linguaggio farebbe a meno delle cose, del mondo?»

«Questo mi sembra molto assurdo, maestro…il linguaggio non può essere sufficiente…»

«E infatti senti cosa dice Wittgenstein:»

 

.

.

2 . 0233 Due oggetti di eguale forma logica sono - a prescindere dalle loro proprietà esterne - distinti uno dall 'altro solo dall 'essere differenti.

2. 02331 0 una cosa ha proprietà che nessun'altra cosa ha, nel qual caso la si può senz'altro distinguere, mediante una descrizione, dalle altre, ed indicarla; o, invece, vi sono più cose che hanno in comune tutte le loro proprietà, nel qual caso è affatto impossibile indicarne una.

Infatti, se la cosa è per nulla distinta, non la posso distinguere, che altrimenti essa sarebbe, appunto, distinta.

 

«Dal punto di vista della realtà che si può solo vedere o mostrare, continuò il maestro, può darsi benissimo che vi siano cose perfettamente identiche, anche se alcuni dicono che non ci sono cose di questo genere in natura (Il profeta Zarathustra dice invece che in realtà gli atomi sono tutti uguali). Ma dal punto di vista logico, linguistico non ho alcun mezzo per distinguerle. Da questo punto di vista è impossibile indicare linguisticamente una pluralità di cose uguali, perfettamente uguali (cioè che hanno uguali tutte le loro proprietà) ; questa la profonda differenza tra il linguaggio e la realtà. Il discorso che si fa talvolta sulla differenza, che cioè in natura non esistono due cose uguali può darsi benissimo che corrisponda alla realtà. Da un punto di vista coerentemente logico, noi non possiamo saperlo. Ma sappiamo solo che se esistessero non potremmo dirlo nel linguaggio, potremmo solo vederlo. Il vedere una cosa e non poterla dire è proprio la situazione che ci porta a capire cos'è la sostanza. Qualcosa che non muta , perchè anche le nostre descrizioni mutano, qualcosa che è in qualche maniera la suprema certezza, il fatto che ci sono le cose, che c'è la vita e che esistiamo»

«Caro maestro , ma stai per diventare un vero poeta, mi sembra»

«Hai ragione, ma talvolta credo che per capire queste cose, così semplici e cosi' difficili da descrivere, serva molto la poesia. Anche Wittgenstein diceva in effetti che la cosa più importante è leggersi le poesie (lui leggeva poesie indiane), ma anche perchè qui il linguaggio ci manca, perchè non è possibile descrivere una cosa immutabile come le cose che ho detto. Si potrebbe dire come Wittgenstein :quando si dice che la sostanza è indistruttibile, si intende che è privo di senso - in un contesto qualsiasi, affermativo o negativo - parlare di «distruzione di una sostanza»

«Oh come mai maestro?»

«Ma perchè se veramente fosse possibile distruggere quelle certezze che noi siamo e quelle cose che noi vediamo, non ha nemmeno senso dirle, perchè appunto siamo finiti, morti»

«Gran brutta cosa la morte, disse il discepolo triste»

«Non ti rattristare figliolo, c'è pur sempre qualcosa che non finisce»

«Si ma non mi interessa molto l'esistenza eterna di quella cosa che tu dici, la sostanza»

«Naturalmente, non sappiamo nemmeno se essa sia eterna, ma per noi lo è, perchè è indipendente da ogni accadere, persino quel piccolo accadere che sono le nostre descrizioni della sostanza. Wittgenstein infatti dice»

 

2. 024 La sostanza è ciò che sussiste indipendentemente da ciò accade.

 

2. 025 Essa è forma e contenuto.

 

«Ma maestro, noi non descriviamo, appunto la realtà? »

«Si e no. Voglio dire: tu vedi che quella palma è accostata a quell'arbusto, vero?»

«Certo, maestro»

«Ma quella palma è veramente accanto, voglio dire: quanto lungo è l'accanto? In altre parole noi non descriviamo la realtà perchè nella realtà la misura dell'accanto non esiste»

«Maestro, mi sembra che tu parli come un dio o un animale, forse l'animale pensa in questa maniera»

«Probabilmente è così: l'animale vede le cose senza linguaggio o perlomeno con un linguaggio del tutto dissimile dal nostro»

«Ciò che rende simili le nostre percezioni a quelle dell'animale è l'esistenza degli oggetti della sostanza. Ma appena parliamo di proprietà la dimensione fissa, immutabile, scompare»

«Quindi un animale avrebbe la nostra stessa percezione delle cose?»

«Caro figliolo ho detto solo "simili" le percezioni dell'uomo a quelle dell'animale. In realtà la nostra razza ha da lunghissimo tempo mescolato il linguaggio alle percezioni e quindi non sappiamo affatto se le cose siano proprio cosi' o diversamente»

«Anche il fatto che le cose siamo immutabili non è affatto qualcosa che condividiamo con gli animali: infatti l'immutabilità della sostanza è una forma come diceva giustamente Wittgenstein, una forma che ha anche un contenuto. Pensa a queste due frasi 'il libro è poggiato sul tavolo'.La frase è perfettamente sensata .Ammettiamo di dirne una del tipo:'il tavolo è poggiato sul libro'. Perchè ti sembra meno sensata? Potresti rispondermi ma perchè non ho mai visto un tavolo poggiato sul libro. Il vedere che tu dici fa riferimento ad una sensazione che condivideresti con gli animali. Ma in realtà io ti potrei far vedere un tavolo minuscolo poggiato su un grande libro, non e vero?»

«A questo non avevo pensato. Quindi in realtà l'immutabilità della sostanza è in qualche maniera un effetto del linguaggio, nel senso che ci sembra piuttosto strana una frase del tipo 'il tavolo è poggiato sul libro'.Le parole cioè devono avere sempre lo stesso significato»

«Certo, ma possono anche assumere un significato diverso. Ecco che allora molti pensano che ci deve essere qualcosa di immutabile che linguaggio non è. Anche Wittgenstein quando scriveva il Tractatus aveva questa idea, forse»

«Ma perchè dopo la cambierà?»

«Dimmelo tu stesso, figliolo. Per te cosa significa questa frase:' Qui è importante capire che invece di un immagine si sarebbe potuta prendere in considerazione anche una fetta della realtà corporea. Infatti, storicamente, la nostra relazione con un tavolo dipinto ha bensì la sua origine nella nostra relazione con i tavoli reali, ma questa non interviene in quella' . L'ha scritta in un testo che si chiamerà Grammatica Filosofica alla pagina 129, molto tempo dopo il Tractatus e secondo me vuol dire che il tavolo dipinto o anche la parola tavolo deriva dall'osservazione fisica, ma solo all'inizio della nostra esperienza linguistica, al tempo della nostra infanzia, ma dopo la parola si comporta come una cosa. Quell'immagine nel momento che viene alloggiata in un sistema linguistico dimentica questa sua origine per esprimere solo un sistema linguistico..Che quel certo tavolo,in uno spazio e in un tempo abbia una certa configurazione, e ogni volta che lo guardiamo è lo stesso fa parte dell'evidenza. Ma questa evidenza non è il frutto dell'apprendimento visivo, ma solo dall'addestramento linguistico. Perchè per quanti diversi linguaggi usiamo, in quanti mondi possibili facciamo entrare la parola tavolo, abbiamo bisogno che la parola tavolo sia trattata sempre allo stesso modo e non sia considerata come la parola sedia.»

«Caro Maestro, adesso mi sembra che qui le cose si complicano abbastanza. Questa benedetta sostanza sta laggiù dove la vediamo e quando la tocchiamo o fa parte del sistema linguistico?»

«Che ti posso rispondere? In entrambe le cose, o se non ci fosse un'unità fra le due cose sarebbe molto problematico conoscere la natura, non ti pare?»

«Ah certo, se il tavolo un giorno diventasse alto un metro e l'altro giorno due metri, non sarebbe possibile fare niente»

«Questa è un po' una cosa comica, io non volevo dire questo. Vedi come esprime la cosa Wittgenstein: Dal fatto che io vedo che una macchia è a sinistra d'un 'altra, o che un colore e più cupo d'un altro, sembra seguire che è cosi; e, se è cosi, questo può essere solo se v'è una relazione interna tra le due cose; e potremmo esprimere questo dicendo che la forma dell'ultima e parte della forma della prima. Potremmo cosi dare un senso all'asserzione che le leggi logiche sono forme del pensiero, e spazio e tempo sono forme dell'intuizione'. Questa frase l'aveva detta prima del Tractatus a un certo prof. Moore. Voleva dire che la sinistra e la destra sono relazioni spaziali ma prima di tutto logiche (la destra suppone la sinistra) ma nell'intuizione può darsi benissimo che questa contrapposizione non vi sia affatto, così come un colore è cupo in riferimento ad un altro ma di per sè un colore non è cupo o chiaro, è semplicemente un colore»

«Quindi la sostanza reale quali forme ha, rispetto alle forme logiche?»

«Te lo dice Wittgenstein:»

 

0251 Spazio, tempo e colore (cromaticità) sono forme degli oggetti.

 

Il discepolo stava per replicare, ma il maestro oserei dire come dicono i cretini, in buona sostanza, era proprio stanco di parlare di quelle cose, anche perchè il sole si stava appoggiando sull'orizzonte e le cose veramente sembravano mutare molto più delle parole. Le ombre lunghe della sera facevano diventare nera la sabbia e si diffondeva quel silenzio della sera che prelude alla notte. Quel silenzio era qualcosa di bellissimo, assolutamente uguale ogni sera, un compagno fedele e una donna accogliente bellissima, compiacente e discreta.

Voleva dire tutte quelle cose, ma vide che il discepolo era anche lui assorto in quel mistero della sera e sicuramente non sarebbe stato cosi' maldestro da chiedere la spiegazione al maestro di quel silenzio. Erano sensazioni che dovevano rimanere inspiegate per essere più belle.

Come un complice il sole se me stava, rosso e muto, all'orizzonte. I due compagni sembravano piantati anche loro come lunghi pali all'ombra della sera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAP.III

Dove si parla della sostanza logica, o della sostanza della logica…

 

L’aria sottile della sera riempiva l’animo del discepolo di buoni propositi e di tranquilla soddisfazione. Si chiedeva perché tutto questo che vedeva era cosi’ bello ma sapeva anche che non poteva fare una domanda cosi’ sciocca e importuna al maestro.

Stavano quindi scuri nello scuro della sera come ad aspettare la notte. Era strano come queste attese cosi’ banali e uguali fossero sempre nuove e sempre belle.

Certo è che l’ultima proposizione che aveva letto era ben singolare:

 

0251 Spazio, tempo e colore (cromaticità) sono forme degli oggetti.

 

Il discepolo notò un foglietto che il maestro aveva fatto cadere mentre quasi assorto guardava il nero segno che si confondeva con l’ocra del profilo delle dune lo raccolse e lesse:

«Dal fatto che io vedo che una macchia è a sinistra d'un'altra, o che un colore e più cupo d'un altro, sembra seguire che è cosi; e, se è cosi, questo può essere solo se v'è una relazione interna tra le due cose; e potremmo esprimere questo dicendo che la forma dell'ultima e parte della forma della prima. Potremmo cosi dare un senso all'asserzione che le leggi logiche sono forme del pensiero, e spazio e tempo sono forme dell'intuizione» (Note Moore, p. 236).

«Ecco la sostanza reale: spazio tempo e colore, disse il discepolo» ma pure, da solo, si ribellò: «Ma come, prima aveva detto che gli oggetti sono incolori? Adesso dice che la sostanza reale è fatta proprio di colore. Certo non posso dire che abbia torto: qui siamo invasi da un mare di colori ma allora quello che aveva detto prima è sbagliato? »

«Attenzione, però, qui sta a dire cromaticità…»

Mentre parlava cosi’ tra se e sé venne riscosso da un movimento, lontanissimo, sull’orizzonte sembrava un granello di polvere, più scuro degli altri che gradatamente ingrandiva.

All’improvviso apparve chiaro perché il maestro si era piantato come un palo sull’orizzonte: semplicemente aveva visto prima di lui la macchia che si avvicinava e che mostrava sempre più i tratti di un cammello e sopra quello di un uomo che lo guidava. Anche lui lascio perdere il foglietto e prese interesse allo sconosciuto che si avvicinava sempre più a loro.

L’abitudine alla solittudine gli dava sempre quella doppia impazienza alla vista di un’altra persona: impazienza di conoscenza e paura di trovare qualche ostacolo o qualche pericolo.

In ogni caso non ebbe molto tempo per stare in questa situazione. L’uomo era il loro carissimo amico Zadech camelliere che portava ad intervalli le novità dalla costa. Entrambi alzarono le braccia.

Zadech con il capo avvolto nelle pieghe del barracano aveva gli occhi ridotti ad una fessura, non era il sole naturalmente che se ne andava, ma il piacere di rivedere in buona salute i due amici.

Fermò il cammello e lo fece sedere con destrezza, poi si precipitò ad abbracciare i due amici.

Dopo i calorosi convenevoli, il maestro chiese:« l’hai trovato?»

«Certo, disse il camelliere» e estrasse dal mantello un libro vetusto su cui vi era scritto Osservazioni filosofiche.

«Ho penato alquanto per procurarmelo. Il tipo che me l’ha venduto era un inglese che affermava il suo valore eccezionale.»

«Non cominciamo Zadech con la tua solita avidità e con le contrattazioni. Sappi che non otterrai più di 20 talleri, non un soldo di più»

«Bene, disse Zadech vuol dire che non leggerai nemmeno il titolo.»

«Quanto vuoi?, rispose quasi disperato il maestro»

«Non meno di cento talleri»

«Cinquanta»

«Ottanta»

«Sessanta» dissero quasi all’unisono i due contendenti.

«Vediamo cosa c’è di tanto importante in questo costosissimo libro.» Disse il maestro contando i soldi. Il discepolo l’aveva già fatto e lesse, compiaciuto ad alta voce:

 

«Gli enti stessi sono forse i quattro colori fondamentali, lo spazio, il tempo e qualche altro dato del genere« (O. F. , 147, p. 129) .

 

 

«Naturalmente sappiamo tutti cosa vuol dire che esiste una possibilità infinita e una realtà finita, poichè tutti diciamo che il tempo e lo spazio fisici sono infiniti, ma noi potremmo vedere o vivere sempre soltanto tratti finiti di essi«(O.F.,138,p.117) «Io vedo nello spazio la possibilità di ogni esperienza finita.Vale a dire che nessuna esperienza può essere troppo grande per lo spazio o esaurirlo completamente.E non già perchè ad esempio conosciamo la grandezza di ciascuna esperienza e sappiampo che lo spazio è più grande, comprendiamo invece che questo è nell'essenza dello spazio. Questa infinità essenziale dello spazio la riconosciamo nella sua più piccola porzione» «lo spazio non ha un'estensione, solo gli oggetti spaziali sono estesi, ma l'infinità è una proprietà dello spazio.(Questo solo basta a mostrare che non si tratta di un'estensione infinita).E lo stesso vale per il tempo»

«Adesso possiamo anche comprendere cosa intende Wittgenstein, quando confronta spazio,tempo e colore, disse trionfante il discepolo»

«Ah si? Disse, con qualche ironia Zadech»

«Ma certo Zadech, senti:

«[In che misura il tempo illimitato è una possibilità e non una realtà?Infatti mi si potrebbe obiettare che il tempo deve pur essere una realtà come ad esempio il colore.Ma non è anche il colore soltanto una possibilità, finchè non sussiste ad un determinato tempo in un determinato luogo?Il vuoto tempo infinito è solo la possibilità di fatti e questi soli sono la realtà»(O.F.,143,p.123)«Si potrebbe anche dire.l'infinità è insita nella natura del tempo, non è la sua casuale estensione. Senza dubbio noi conosciamo il tempo -come dire?- da quel tratto che abbiamo davanti agli occhi. Sarebbe sorprendente se potessimo cogliere allo stesso modo la sua estensione infinita (nel senso,voglio dire, in cui la coglieremmo se fossimo noi stessi per una durata infinita suoi contemporanei). Con il tempo le cose vanno effettivamente come con lo spazio: il tempo riempito, che noi conosciamo, è limitato (finito). L'infinità è una qualità interna della forma temporale»(O.F.143,p.124)]».

«Caro discepolo disse il maestro, in ogni modo la tua lettura è da prendere in considerazione. Cosi’come noi vediamo che lo spazio è finito e il tempo e finito sappiamo anche che esso si può estendere illimitatatamente. Così come sappiamo che il colore ocra del deserto diventerà blù e poi nero, nella notte»

«Allora spazio,tempo,colore vanno presi come parti di tempo,di spazio,di colore, disse il discepolo»

«Certo come questo paesaggio che è del tutto limitato, ma intuiamo come in altro senso, è infinito e inesauribile, cosi’ come il colore può prendere qualsiasi intonazione»

«Vedo che fate i poeti, stasera, disse Zadech, mi sa che avete letto quel veneziano, Leopardo o giù di li’»

«Ma che veneziano, era italiano disse compunto il discepolo e si chiamava Giacomus »

«Il nome esatto è Leopardi ma non so se era Raniero il nome,continuò Zadech».

«Caro Zadech, disse il maestro, è vero che questo è il tema dell’Infinito di Leopardi, che da una siepe limitata immagina l’infinito, ma qui se vuoi è presente il solito tedesco Kant, per il quale l’infinito tempo e spazio è un apriori rispetto alle cose che osserviamo e che sono dunque finite»

«Caro maestro, adesso tiri fuori addirittura il latino, mi va meglio Leopardo o Leopardi, disse il discepolo»

«Va bene, disse il maestro, l’importante è che abbiamo capito questo passo di Wittgenstein e il passo dell’ Osservazioni filosofiche [l'intuizione che non si possono fare ipotesi sul numero degli oggetti (gli elementi dei fatti). I risultati della sua analisi sono soltanto l'infinita possibilità dello spazio e del tempo e un numero finito di elementi d'esperienza(O.F.147,p.130)].

«In questo caso, maestro, la realtà che vediamo è tutta finita?»

«Più che finita sarebbe meglio dire fissa o fissata. Aristotele distingueva tra la sostanza, fissa, e l’accidente mutevole, diceva il buon Aristotele: appartiene alla sostanza Socrate il fatto che sia uomo e che sia ateniese, a qualche suo accidente che sia in piedi, nudo, o vestito. Ora naturalmente, il fatto di fissare alcune sostanze e di rendere le altre accidenti non è una pura faccenda realistica, come pensava Aristotele. Anche qui il linguaggio si fa strada e turba un po’ la convinzione realistica o empiristica. Ma credo che anche in Aristotele ci sia questa coscienza.

In un certo senso non è possibile descrivere la sostanza gli oggetti, dal punto di vista empiristico o aristotelico. L’oggetto è il “questo” in un certo senso, indescrivibile. Prendiamo coscienza del “questo"quando diciamo appunto “Il tavolo è marrone” ma questa è una configurazione non è più l’oggetto,il momento primo non descrivibile.

Del resto se leggiamo nel libro che ci ha portato Zadech:

:[un oggetto non può in un certo senso lasciarsi descrivere.Vale a dire che la descrizione non può ascrivergli proprietà la cui mancanza annienterebbe l'esistenza stessa dell'oggetto.Vale a dire che la descrizione non può asserire ciò che sarebbe essenziale all'esistenza dell'oggetto(O.F.,94,p.77)]»

«Ma maestro, dunque un oggetto, in ultima istanza non può essere descritto?»

«In quanto sostanza, no caro discepolo, in quanto accidente o come dice Wittgesntein configurazione, si’»

 

 

2.026 Solo se vi sono oggetti può esservi una forma fissa del mondo.

2.027 Il fisso, il sussistente e l'oggetto sono tutt'uno.

.2.0271 L'oggetto è il fisso, il sussistente; la configurazione è il vario, l'incostante.

 

«Del resto il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose. Oppure dobbiamo ritornare all’inizio del Tractatus?

Però abbiamo detto che in questo contesto realistico si fa strada il linguaggio. In effetti l’oggetto proprio perché fa parte del mostrare e non del dire è muto. Ma l’idea che ogni oggetto sia muto, non implica affatto che gli oggetti del linguaggio debbono essere tutti ancorati alla realtà. Nel libro di Zadech leggiamo:

:[Come andrebbe se qualcuno mi dicesse:”Aspetto tre colpi alla porta” e io gli rispondessi:”Come sai che tre colpi esistono?” Non sarebbe questa del tutto analoga alla domanda 'Come sai che sei piedi esistono', qualora uno avesse detto di credere che A è alto sei piedi?(O.F.,36,p.26-279)].

Il mondo reale, con i suoi oggetti indicibili viene raddoppiato, simulato, dal linguaggio. Gli oggetti diventano parole che possono incastrasi con altre parole.Il mondo del linguaggio si leva come una nebbia, da quello reale».

Questa nebbia non è inconsistente, anzi è molto consistente, nel senso che è coerente, logica.»

«Caro maestro, vuoi dunque dire che il linguaggio simula sempre l'idea che ci siano degli oggetti, come quelli che vediamo?»

«In un certo senso, si, rispose il maestro. Prendiamo la matematica. Ha senso dire che ci siano oggetti matematici»

«Direi di no, maestro»

«[E' chiaro infatti che quando si è finalmente incominciato a por mano all'aritmetica, non ci si cura più di funzioni e oggetti. E' vero anche se ci si è proposti di lavorare solo con estensioni, di sorprendente rimane ancora che non si tiene in nessun conto nemmeno la forma di oggetti 'con cui si ha a che fare'](O.F.,94,p.77)

Questa frase che ho letto nel testo di Zadech ci dice che in qualche maniera anche se nella matematica non ci sono più oggetti, la struttura interna di quel linguaggio ha bisogno di una serie di punti grafici per operare come opera. »

«Caro maestro, ora dobbiamo ritornare tuttavia alla realtà, prescindendo dalla nebbia»

 

2. 0272 La configurazione degli oggetti forma lo stato di cose (Sachverhalt) .

2.03 Nello stato di cose gli oggetti sono interconnessi (hangen die Gegenstande ineinander) come le maglie di una catena.

 

«Ecco vedete, riprese il maestro: le maglie di una catena hanno questa caratteristica : non si possono separare senza rompere la catena. Ciò significa dire che,ad esempio, l'oggetto orologio connesso ad una catena linguistica del tipo ‘l'orologio è sul tavolo’ è del tutto solidale con il resto della proposizione. Per cui l'espressione ‘l'orologio è posato sul tavolo’ fornisce già una differenza con la prima proposizione.»

«Ehi! disse il discepolo, questa metafora della catena e dell’orologio mi disturbano un poco. Che differenza c’è caro maestro fra la prima e la seconda proposizione? Io credo nessuna.»

«Non è affatto vero, disse il maestro. Di un orologio fissato con dei chiodi su un tavolo, potresti dire legittimamente che è ‘posato’ sul tavolo? Evidentemente no. Da questo punto di vista la possibilità di un inventario degli oggetti - o per meglio dire dei nomi degli oggetti - non è mai definitivo.La lista del dizionario non potrà mai essere completa, proprio perchè l'unica realtà che conta per il significato è l'articolazione della proposizione.E in una proposizione il nome,lo stesso nome, può essere inteso diversamente rispetto allo stesso segno grafico o fonico precedentemente usato, cosi come un orologio posato è diverso da un orologio semplicemente sul tavolo ».

«Alt,alt: caro maestro, ma come, per te oggetto e nome dell’oggetto sono la stessa cosa?»

«In un certo senso si’, anche se i nomi disponibili dal linguaggio sono pur sempre limitati rispetto alla realtà»

«A me sembra il contrario, maestro»

«Per meglio spiegare questo punto potremmo rappresentare l'incompletezza di un nome così:...orologio... esso può essere incrementata, mai completata, con … l'orologio…, …un orologio……l'orologio è luccicante…; …l'orologio fu inventato nel 1300...

Come vedi il nome è lo stesso ma attraverso quegli altri segnetti (l’articolo etc, altri nomi) abbiamo rimandato a oggetti diversissimi. L'oggetto è il supporto (reale) del nome. Come tale non esiste - nel linguaggio - che come nome, sia che tratti di punti spazio-temporali (gli oggetti della geometria) o di tavoli sedie e lampade.Per cui la sua realtà logica è sempre semplice, come se fosse appunto, un punto. Certo è che la varietà dei nomi è determinata dalle corrispondenze che ogni nome ha con altri nomi. Dunque il significato del nome non può consistere in un dizionario ma nell'apertura infinita del suo significato»

«Maestro, mi fai impazzire, allora l’oggetto non esiste?»

«Nel linguaggio non abbiamo oggetti, ma solo nomi»

«E mi vuoi dire che questa è l’unica dimensione che abbiamo, perchè stiamo parlando?»

«Certo, se parliamo, abbiamo solo nomi. Anzi ti posso dire che questa nostra conversazione potrebbe essere tutta scritta, noi potremmo morire, il deserto sparire, ma un lettore di questa nostra conversazione la comprenderebbe benissimo»

 

2. 031 Nello stato di cose gli oggetti sono in una determinata relazione l'uno con l'altro(in bestimmter Art und Weise zueinander) .

 

 

«Qui il nostro Wittgenstein si ripete, mi pare, maestro»

«Non mi pare, vale a dire che la relazione che c'è tra due oggetti non è dello stesso tipo se uno del due oggetti cambia. Ad esempio dire che Zadech è seduto sul tavolo è una relazione possibile. Ma non è la stessa cosa dire che l'orologio è seduto sul tavolo»

«Scusatemi, intervenne Zadech che fino allora se ne era stato zitto, è tempo che io me ne vada. Il mio cammello ha bisogno di bere e io ho bisogno che beva perché cammini. Da questo momento in poi io sarò seduto sul cammello. Vi sembra una buona proposizione filosofica?»

«Salve Zadech, disse il maestro, la tua filosofia è proprio essenziale»

«Salve Zadech, fece eco il discepolo»

Zadech si avviò con il suo cammello e il suo spirito vagava con l’occhio all’orizzonte ma dentro errava nei misteri di quelle piccole cose le parole scritti, piccoli scarafaggi immobili che potevano evocare tramonti, cammelli, e uomini»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO IV

Dove si tratta delle situazioni e del loro legame…

 

La scomparsa di un interlocutore toglie sempre gusto alla discussione. Sembrava quasi che Zadech con la sua partenza avesse posto la parola fine al dialogo. Invece il discepolo ricominciò con leggera petulanza:

«Ho capito che l’orologio non può star seduto, mentre Zadech si; tuttavia la posizione reciproca di Zadech e dell’orologio è la stessa»

«Mah, non direi proprio, caro discepolo, non fosse altro per il fatto che c’è una parte del corpo di Zadech che non si può minimamente avvicinare ad una parte del corpo dell’orologio…»

Il discepolo si mise a ridere divertito.

«Spero che questo riso sia un segno di assenso, riprese il maestro. Se è cosi’ sei pronto a leggerti questa raffica di frasi:

 

2. 033 La forma è la possibilità della struttura.

2. 034 La struttura del fatto consta delle strutture degli stati di cose.

 

«Mah, caro maestro qui mi sembra che Wittgenstein dica delle cose abbastanza banali, o banali o incomprensibili. Che differenza c’è tra forma e struttura? Io credo nessuna»

«Attento, caro discepolo qui Wittgenstein distingue tra struttura, forma , fatto e stati di cose, a voler essere precisi»

«Certo, è vero, riprese il discepolo»

«Allora riprendiamo l’esempio di un qualsiasi fatto: diciamo: “quella palma verde è piegata a sinistra sull’orizzonte”, pensi che questo sia un fatto?»

«Oddio, ricominciamo con i fatti. Certo è un fatto, anche se trovo che è molto banale.» «Orbene sei convinto che la struttura del fatto è contenuta nella forma delle parole : “quella palma verde è piegata a sinistra sull’orizzonte”?»

«Che discorsi! Sono le stesse cose»

«Alt,Alt, non è vero quello che dici. Se io avessi detto : “guarda quella palma verde: essa disegna una linea curva verso la luna che si sta affacciando sull’orizzonte” avrei indicato in qualche modo lo stesso fatto, tuttavia la sua struttura, intendo la struttura del fatto, era un poco diversa anche se la sua forma era la stessa. La forma del fatto è solo una dimensione logica, quindi è solo una possibilità non una realtà. Soltanto la struttura del fatto mi rende conto della realtà. Pensare all’esistenza della forma significa pensare un po’ come Platone e, soggiungo, come il maestro di Wittgesntein, Russell»

«D’accordo, sarebbe come dire che i concetti sono quelli ma la loro disposizione è diversa »

«Vedo che ragioni bene, qualcuno potrebbe dire invece che la forma è qualcosa che si aggiunge ai concetti, come a dire che la composizione di” quella; palma; verde; è ; piegata;a; sinistra; sullo; orizzonte” è qualcosa che si aggiunge a tuitti questi elementi invece per Wittgenstein questa – la composizione - è solo una possibilità che si estrinseca solo con la struttura»

«Ora veniamo al fatto e allo stato di cose, riprese il maestro. Questa distinzione l’abbiamo già vista quando abbiamo visto la differenza tra fatto e cosa, la ricordi?»

«Certo che mi ricordo, Maestro»

«Comunque sia è meglio ricordarla, anche perché qui si parla non più delle cose ma di stati di cose, in qualche maniera come le cose sono disposte.Wittgenstein usa la parola tedesca Sachverhalt che appunto significa lo stato di cose, la situazione. Orbene la situazione, da sola, non parla. Occorre che essa diventi fatto ( Tatsache ) per essere interpretabile. Io sono convinto che tu adesso stai osservando il deserto – o almeno mi sembra di vederlo – ma non posso sapere che cosa contempli, quale situazione particolare vedi»

«Maestro, se sei tanto curioso te lo dico: ero ammirato da quel piccolo uccello che stava entrando nel cavo della palma»

«Capisco, disse il maestro. Ma vedi soltanto attraverso il Tatsache che tu mi hai detto sono riuscito a risalire alla situazione (Sachverhalt) che pur vedevo. Wittgenstein ritiene che i Tatsache siano sempre più numerosi rispetto alle Sachverhalt. E questo non c’è bisogno di ripeterlo perché l’abbiamo detto sopra con l’esempio della palma e del deserto che possono essere detti in molti modi. Wittgenstein spiegava a Russell (è curioso caro discepolo, come quel discepolo si mostrava maestro) : “Sachverhalt è ciò che corrisponde ad un Elementarsatz se questo è vero. Tatsache è ciò che corrisponde al prodotto logico di proposizioni elementari quando questo prodotto è vero. La ragione per la quale introduco Tatsache prima di introdurre Sachverhalt richiederebbe una luinga spuegazione” Cassino,19.8.19»

«Certo, maestro era un vero personaggio, mi sembra, ma gli faceva anche degli indovinelli? Cos’è un Elementarsatz?»

«Ti sarebbe piaciuto essere un tale discepolo, rispose quasi ridendo il maestro. Un Elementarsatz è una proposizione molto esigua, elementare.Per provare risolvi da solo questo ultimo indovinello sulla lunga spiegazione»

«Ci sono, ci sono, rispose trionfante il discepolo: il fatto è che il fatto è linguistico; è una proposizione, e prima dunque bisogna introdurre i fatti linguistici se parliamo tra due persone prima della situazione»

«Bravo, disse il maestro, anche perché la situazione tu non può affatto introdurla essa c’è, sta li’ muta»

 

2. 04 La totalità degli stati di cose sussistenti (bestehenden Sachverhalte) è il mondo

2. 05 La totalità degli stati di cose sussistenti determina anche quali stati di cose non sussistono.

2. 06 Il sussistere e non sussistere di stati di cose è la realtà. (Il sussistere di stati di cose lo chiamiamo anche un fatto positivo; il non sussitere, un fatto negativo) .

 

«Ti senti in grado di fare il discepolo saputo su queste proposizioni, riprese il maestro»

«Decisamente no, riprese il discepolo, anche se la prima mi sembra abbastanza banale. Mi dà il capogiro tutta questa situazione del fatto positivo o negativo»

«Vedi figlio caro, il fatto è che noi confondiamo il fatto negativo e il fatto positivo con il fatto falso e con quello vero. Non bisogna affatto confonderli, anche perché per capire se una proposizione è vera o falsa non dobbiamo usare nessun mezzo linguistico ma soltanto la visione dei Sachveralte. E la visione non è un linguaggio: è un’azione personale. Wittgenstein diceva:

“Vi sono fatti positivi e fatti negativi e se la proposizione 'questa rosa non è rossa' è vera, ciò che essa significa è negativo. Ma l'occorenza della parola 'non' non lo indica a meno che sappiamo che la significazione della proposizione 'questa rosa è rossa' (quanto essa proposizione è vera) è positiva” (Note logica, pp. 202-203)»

«Maestro, non mi dirai che questo sia un esempio di chiarezza»

«Hai ragione, ma non per colpa di Wittgenstein, non ti ho detto tutto il seguito della frase “Vi sono fatti positivi e fatti negativi, ma non fatti veri e fatti falsi”»

«Ma come, non ci sono fatti veri? Che baggianata è questa!»

«Sta calmo disse il maestro, se io avessi detto non ci sono fatti falsi, già ti sarebbe andata meglio, non è vero? Il problema che ancora tu non hai capito la distinzione tra Sachveralte e Tatsache.»

«Spiegamela, maestro» disse il discepolo, cupo.

«Ehi, discepolo, non ti sembra di essere un po’ troppo perentorio?»

«Scusami, rispose più quieto il discepolo. Il fatto è che mi sembra di essere sempre più stupido»

«E’ l’effetto consueto quando si parla di filosofia della logica, non ti preoccupare. Ordunque se tu dici un fatto falso, come lo posso controllare, con il linguaggio?»

«Certo che no, devi andare a vedere la cosa. Ad esempio se ti dico che il narghilè si è rotto…»

Il maestro diede un piccolo sobbalzo…

«Ah, ah ah rise il discepolo. Ci tieni al fumo; non è rotto, ma cosi’ ho reso evidente che dalle parole è impossibile capire se un fatto è vero o falso»

«Non farmi più di questi scherzi, da quando è morta la mia schiava preferita, ho ripreso a fumare con grande intensità. Vedo comunque che hai capito perfettamente. Nel linguaggio abbiamo solo fatti positivi e fatti negativi, non fatti veri e fatti falsi»

«Orbene, continuò il maestro, il rapporto tra Sachveralte e Tatsache è un rapporto di verità o di falsità. Ma questo rapporto non è affatto linguistico. Wittgenstein diceva la stessa cosa con altri esempi . Diceva: la proposizione negativa dà alla realtà la stessa molteplicità di quella positiva. Se dico: “non ho mal di stomaco” ho dato alla realtà la stessa molteplicità che le do quando dico 'Ho mal di stomaco'. Se infatti dico: 'Non ho mal di stomaco” presuppongo già nella proposizione l'esistenza della proposizione positiva, presuppongo la possibilità del mal di stomaco e la mia proposizione determina il luogo nello spazio del mal di stomaco. Non è quindi vero che il mio stato attuale non abbia la minima connessione con il mal di stomaco (WCV, p. 74)»

«Accidenti che mal di stomaco, maestro, mi è venuto. Tuttavia credo di aver capito; positivo e negativo descrivono lo stesso spazio logico. In uno spazio logico dove non esiste il rosso, probabilmente la proposizione: ‘questa rosa non è rossa’ non potrebbe indicare un fatto negativo».

«Bravissimo, mi sembra che tu abbia superato l’indovinello brillantemente, disse il maestro. Inoltre ti faccio notare che qui si vede inoltre la differenza tra fatto e stato di cose. Lo stato di cose, la situazione, è sempre positiva: ad es. lo stato di cose corrispondente al fatto negativo ‘la rosa non è rossa’ è che la rosa è gialla. Anche se, logicamente, è non-rossa»

 

2. 061 Gli stati di cose sono indipendenti l'uno dall'altro.

2. 062 Dal sussistere o non sussistere d'uno stato di cose non può concludersi al sussistere o non sussistere d'un altro.

 

«Caro maestro ricominciamo con gli enigmi. Come puoi dire che uno stato di cose non sia dipendente da un altro, che per esempio il frutto di quella pianta pende dal ramo etc. Questa mi sembra una palese assurdità»

«Caro figlio tu dici che il frutto pende dal ramo. Questa è una situazione, uno stato di cose: da quale stato di cose dipende?»

«Dal fatto che il frutto pesa, credo»

«Dal fatto tu dici che c’è una forza, la forza di gravità, che preme sul frutto, non è vero? Ma sei proprio sicuro è questo un rapporto accertato, visibile?»

«Certo che no, maestro»

«Vedi che allora gli stati di cose sono indipendenti gli uni dagli altri. Noi vediamo gli stati di cose poi decidiamo che ci sia qualche forma di dipendenza, ma questa dipendenza la istituiamo noi attraverso la via della logica. In ogni caso se noi diciamo la proposizione : “se il tavolo è robusto può reggere un peso di 600 kg” essa rispecchia lo stato di cose : l° il tavolo e robusto; 2° il tavolo regge un peso di 600 kg. La differenza tra la prima proposizione e le due seguenti è data dai fatto che in esse (quelle numerate) non sono presenti legami logici. I legami logici potrebbero essere espressi così: “Il fatto che il tavolo è robusto implica che il tavolo può reggere un peso di 600 kg.” Che sia o no quella proposizione che piu “aderisce” alla realtà, alla situazione, non possiamo dirlo, ma non solo perchè la nozione di peso, di tavolo, di Kg, potrebbe essere espressa in modo molto più preciso in altri modi, in altri linguaggi (quello della fisica o quello della chimica) ma perchè la realtà - dal punto di vista del linguaggio - non sappiamo che sia: abbiamo solo il linguaggio per esprimere le cose»

«Ma caro maestro, a me sembra molto naturale dire che se un tavolo è robusto allora regge un certo peso, non c’è bisogno di scomodare chissà che principio logico»

«Stai attento con questa faccenda del naturale, rispose il maestro, è naturale quello che è abituale. Quando Wittgesntein parla delle proposizioni elementari, non intende le proposizioni naturali ma soltanto quelle che hanno questa proprietà: quella di non contenere connettivi logici. Un connettivo logico è appunto quella paroletta implica che può anche essere disegnata cosi’»

E il maestro disegnò sulla sabbia il segno

segno logico

«Che carino disse il discepolo, ma a che serve?»

«Serve in qualche misura nel riconoscere qualcosa che non appartiene alla realtà, che noi attribuiamo alla realtà ma non potrai mai scoprire nella realtà.»

«Questa è poi bella ma che vuoi dire?»

«Voglio dire che per esempio se tu senti il mal di stomaco attribuisci il fatto al tuo pranzo troppo pesante, immagino: ma se viene un medico e ti dice caro figliolo in realtà tu hai una malattia etc.etc. non impallidisci e non ci credi subito?»

«Certo che sì maestro»

«Quindi non eri affatto sicuro che tra i due stati di cose il mal di stomaco e il tuo pranzo ci fosse un legame naturale ?»

«Certo che no»

«Quindi noi siamo certi soltanto del fatto del disegnino, che significa implica ma non siamo affatto certi sulle situazioni che sono da implicare»

«Sembra che sia così»

«Questo significa ancora una volta dire che come dice Wittgenstein “5.135 In nessun modo può concludersi dal sussistere d'una qualsiasi situazione al sussistsre d'una situazione affatto differente da essa”»

«Mi sembra di capire bene»

«Attenzione caro discepolo che qui è presente un problema molto grande: quello della causalità. Wittgenstein diceva “Un nesso causale, che giustifichi una tale conclusione, non v'è ; 5. 1361 Gli eventi del futuro non possiamo arguirli dagli eventi presenti. La credenza nel nesso causale è la super-stizione. ; 5. 1362 Il libero arbitrio consiste nell'impossibilità di conoscere ora azioni future. Noi le potremmo conoscere solo se la causalità fosse una necessità interiore, come quella della conclusione logica”»

«Quindi non possiamo conoscere nulla, non sappiamo nemmeno se il nostro piede non inciampi invece di procedere o se fra qualche secondo non saremo morti»

«In senso assoluto certo, no»

«E cos’è invece assoluto?»

«Assoluta è la proposizione che, ad esempio, o è giorno o è notte»

«Bella scoperta!»

«Ma è appunto il fatto che è una banalità, nasconde il fatto che è inattaccabile è certissima è veramente naturale, con una necessità interiore, come dice Wittgenstein»

«La logica è questa necessità interiore, vero maestro?»

«Certo»

 

2. 063 La realtà tutta è il mondo.

 

«Questa frase mi sembra proprio banale, un compitino da bambino maestro»

«Io trovo che è come un punto fermo una spiegazione logica di cosa sia il mondo, rispose il maestro»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO V

Dove ci si immagina... le immagini

 

I due personaggi del nostro racconto se ne stavano meditando accovacciati vicino ai due libri che sembravano malgrado la spiegazione molto lontani ed estranei da loro.

Il discepolo era tuttavia molto irrequieto, il segnetto che il maestro aveva tracciato sulla sabbia lo incuriosiva molto. Alla fine chiese:

«Come ti è venuto in mente di tracciare quel segno?»

«Ah! Ho capito il segno logico di implica, intuì il maestro»

«Allora non me ne vuoi parlare?»

«Certo, certo, vedi quel segnetto è una immagine»

«Come un immagine? Sarebbe come una specie di dipinto? O come un geroglifico?»

«Forse né l'uno né l'altro o entrambi»

«Ricominciamo con gli enigmi, maestro»

«Caro discepolo il fatto è che ancora la natura dell'immagine è sconosciuta. Pensa un po' alla scrittura: tu dici che è un'immagine o che non ha nulla a che vedere con un'immagine?»

«Oggettivamente io non lo so. Ma Wittgenstein che diceva?»

«Eccolo qua:

 

2.1 Noi ci facciamo immagini dei fatti

2.11 L'immagine presenta la situazione nello spazio logico, il sussistere e non sussistere di stati di cose.

 

«Caro maestro non capisco cosa intendi per spazio logico?»

«Il discorso è molto lungo, caro discepolo»

«Vedi caro maestro se tu dici che l’immagine si può rappresentare nello spazio, la cosa mi è abbastanza comprensibile»

«Davvero hai già capito questo? Ma stai diventando proprio bravo»

«Ho l’impressione maestro che tu mi voglia pigliare in giro»

«Un poco, si, caro discepolo. Supponiamo che io faccia un tale disegno:

 

 

paesaggio desertico

 

 

 

 

«Non mi scoraggiare dicendo che non hai riconosciuto il deserto in cui siamo e la palma che si trova laggiù nell’orizzonte?»

«Si, ammettiamolo,rispose un po’ malizioso il discepolo»

«Ma sei ti avessi fatto un tale disegno

 

 

palmaalberocapannaduna

 

 

 

 

duna

 

«Avresti riconosciuto la stessa cosa?»

«Certamente no, maestro»

«Eppure gli elementi dell’immagine sono uguali sia nel primo che nel secondo disegno. Ma ciò che fa del primo un’immagine della realtà è la disposizione diversa degli elementi.Un’immagine dunque non è la realtà appunto nello stesso senso per cui il mio disegno non è il deserto che vediamo, ma la rappresenta con elementi che, disposti in un certo modo, la evoca»

«Mi sembra abbastanza chiaro»

«Un’immagine dunque deve essere diversa dalla realtà»

«Come sarebbe a dire?»

«Immagina un istante che io potessi trovare una palma del tutto simile a quella originale che vedi laggiù, e ti dicessi ecco una immagine, somigliantissima, di palma»

«Ma caro maestro, io ti direi: ma non vedi che è un’altra palma?»

«Dunque un’immagine non deve essere in tutto e per tutto simile all’originale realtà che rappresenta ma qualcosa deve essere diverso»

«Certo, maestro: i tratti di colore dipinti non sono affatto i tratti di colore reali»

«Però qualcosa deve essere identico, perché se no non potrei parlare di immagine»

«Adesso però, maestro, mi sfugge l’identità, qual è?»

«Ma è abbastanza semplice: la disposizione degli elementi dell’immagine deve somigliare in qualche modo – in una certa prospettiva per esempio – alla disposizione degli elementi della realtà»

 

Leggiamo Wittgenstein: 2. 15 « Che gli elementi dell'immagine siano in una determinata relazione l'uno con l'altro rappresenta che le cose sono in questa relazione l'una con l'altra. Questa connessione degli elementi dell'immagine sarà cbiamata struttura dell'immagine; la possibilità della struttura, forma di raffigurazione dell 'immagine».

 

«In altri terrmini Wittgenstein vuol dire che la struttura dell’immagine è permessa da una certa forma che hanno gli elementi. Questa possibilità diventa struttura quando avviciniamo gli elementi dell’immagine secondo quella connessione che ci dà l’illusione della rappresentazione della realtà»

 

«Caro maestro tutto ciò mi sembra molto chiaro, però ci sono delle cose, in quello che dice Wittgenstein che non riesco proprio a capire»

«Mi puoi fare un esempio?»

«Ecco, vediamo queste frasi:

“2.173 L’immagine rappresenta il suo oggetto dal di fuori (suo punto di vista è la sua forma di rappresentazione), perciò l’immagine rappresenta il suo oggetto correttamente o falsamente. 2.174 L’immagine non può, tuttavia, porsi fuori della propria forma di rappresentazione”

Cosa vuol dire dal di fuori? Io posso capire che l’immagine che tu hai disegnato del deserto si pone fuori dal deserto, ma non sempre càpita in questo modo. Ho visto l’altro giorno il musico Ali che suonava leggendo in uno strano papiro in cui mi diceva erano scritte le note musicali. Ora mi diceva

La nota

 

è immagine del suono che, ad esempio,è emesso dal 3°e 4° tasto di quello strumento che gli occidentali chiamano pianoforte. Si può dire che qui ci sia un interno o un esterno?

«Certo che no. Però dovrai riconoscere che lo scritto appartiene ad un mondo totalmente diverso dal suono che senti. In questo senso è “esterno” disse il maestro»

«Ma caro maestro se io ti chiedo di camminare verso la palma le parole che io dico possono essere intese come un immagine? Se rispondi si’ l'immagine può venir usata non solo per apprestare una concordanza di forma,ma anche per disegnare ciò che ancora non c'è»

«Stai diventando molto bravo, caro discepolo: sai cosa potrebbe dire Wittgenstein al proposito? “Come tutto ciò che è metafisico, 1'armonia tra pensiero e realtà si può rintracciare nella grammatica del linguaggio. Qui, invece di armonia, concordanza, di pensiero e realtà, si potrebbe dire icasticità (Bildhaftigkeit ) del pensiero. Ma l'icasticità è una concordanza? nel Tractatus avevo detto qualcosa del genere: è una concordanza di forma. Questo, però, e fuorviante. (GF, p. 125-126,112,113) “.

Come vedi l’idea della conordanza di forma che ci dà la forma della rappresentazione non è cosi’ assoluta. Questa dimensione relativa la puoi confrontare con ciò che dice poi Witggenstein:

2.181 Se la forma di raffigurazione è la forma logica, l’immagine si chiama l’immagine logica.

2.182 Ogni immagine è anche un’immagine logica. (Invece, ad esempio, non ogni immagine è un’immagine spaziale)»

«Caro maestro sarei davvero curioso di vedere un immagine che non sia spaziale»

«Ma,rispose il maestro, mi viene in mente per esempio una sensazione olfattiva: a questa sensazione tu puoi connettere un immagine che però non è spaziale: l’odore non si sa bene dove sia»

«Comunque il concetto di immagine è legato al vedere»

«Su questo sono perfettamente d’accordo. Del resto anche il Wittgenstein della maturità parlava di

icasticità (Bildhaftigkeit) che si riconnette al vedere. Il problema è però definire cosa sia l’immagine logica»

«Caro maestro ad un certo punto Wittgenstein dice:

2.221 Ciò che l’immagine rappresenta è il proprio senso.

E qui mi sembra che il concetto di immagine si sposta verso l’idea del senso. Voglio dire che l’immagine logica è connessa al vedere ma non è precisamente il vedere»

«Caro discepolo, non sono tanto sicuro di questo, non mi riesce di immaginare alcun senso che non sia legato al vedere. Certo, anche un discorso pronunciato ha senso. Ma per poterlo possedere compiutamente occorre scriverlo e quindi vederlo.Wittgestein der resto giocava con il non senso come quei giochi di incastri che fanno i bambini.

“La ragione,per la quale ‘La proprietà di non essere verde non è verde’ è nonsenso,è che noi abbiamo dato significato solo al fatto che ‘verde’ sia a destra d'un nome, e ‘la proprietà di non essere verde’ non è ovviamente un nome”(Note Moore,p.233).

Altre volte parlava di relazione interna:

“Dal fatto che io vedo che una macchia è a sinistra d'un 'altra, o che un colore e più cupo d'un altro, sembra seguire che è cosi; e, se è cosi, questo può essere solo se v'è una relazione interna tra le due cose; e potremmo esprimere questo dicendo che la forma dell'ultima e parte della forma della prima”

Ma appunto anche qui si parla di forma logica. Inoltre si può dire che un comando sia una immagine della sua esecuzione: si vuol dire:un comando è un'immagine dell'azione che sarà eseguita in conformità con esso, ma anche un'immagine dell'azione che dev'essere eseguita in conformità con esso«(G.F.,p.174). In realtà forse il comando non sarà mai eseguito ma l’immagine dell’esecuzione la abbiamo proprio perché viene rappresentata da una sequenza fonetica o scritturale»

«Eppure maestro, Wittgenstein aveva in mente una qualche relazione con delle forme reali. Per esempio dice:

2.2 L’immagine ha in comune con il raffigurato la forma logica della raffigurazione.»

«E’ vero e qui mi sembra che non sia proprio corrispondente che il raffigurato possieda una forma logica, sempre. Se io dico che quella palma sta a sinistra della tenda ho già compiuto una interpretazione per quanto banale e scontata. Sono abbastanza convinto che un animale pur vedendo la stessa mia immagine non sa nulla di “sinistra” o di tenda e palma. Del resto più tardi Wittgenstein dirà:

“3.11 Il metodo di proiezione è il pensare il senso della proposizione”. Ma il metodo di proiezione nel Tractatus sembra che sia uno schema che va dall’oggetto raffigurato alla raffigurazione. Invece a me sembra che è la proiezione,la raffigurazione, che va dal linguaggio alla cosa raffigurata e ci può essere anche se la cosa raffigurata non esiste. Se io dico che la tenda è marrone non compio un’operazione che parte dalla tenda e la scompone cosi’:

 

 

scomposizione

 

 

 

Ma è invece una proiezione dalla parola «tenda» alla parola «è» alla parola «marrone» e proietta quaesta forma logica sulla realtà»

«Caro maestro queste mi paiono sottigliezze: mi pare di capire come un’immagine erappresenta con la sua forma logica. Rappresenta non la realtà, per quello che tu dicevi, ma la possibilita della realtà. Non è dunque necessario che un'immagine sia vera: 2. 203 L'immagine contiene la possibilita della situazione che essa rappresenta. Prendiamo l'esempio : Ali’ ama Saphire. Questa proposizione è un'immagine della realtà. Anche se non concorda con essa, anche se, effettivamente, non si dà mai il caso che Ali' ami Saphire o anche che nessun Ali’ ami nesssuna Saphire. Ma la possibilità della situazione, il suo accadere o il suo non accadere è possibile. In questo caso l'immagine è falsa. Ma il falso, negato, ci riporta il vero. L'immagine logica dunque è vera ed è falsa. Ma se è immagine non può non essere una delle due possibilità.

Dire allora che una proposizione è un'immagine logica significa dire che ha senso. Un'immagine logica dunque può essere sensata e vera; sensata e falsa. Ma non può essere insensata. In questo caso non è più immagine. Uno scababocchio è insensato e quindi non è più immagine.

L'immagine e dunque un altro nome per dire che essa rappresenta un senso.«TLP 2. 221 Ciò che l'immagine rappresenta è il proprio senso» . Quando un immagine, è oltre che sensata, anche vera? «TLP 2. 223 Per riconoscere se l'immagine sia vera o falsa noi dobbiamo confrontarla con la realtà. TLP 2. 224 Dall'immagine so1tanto non può riconoscersi se essa sia vera o falsa».

Per riconoscere vera un immagine dobbiamo compiere un'attività, un confronto, che non è linguistico: un'occhiata, per esempio. Dobbiamo confrontarla appunto con la realtà. Ma il confronto non può essere descritto come caratteristlca appartenente alla proposizione, a priori:« TLP 2. 225 Un'immagine vera a priori non v'è» Un'immagine è vera dopo che l'abbiamo verificata. Nessuna immagine è vera a priori; nemmeno l'immagine di un tavolo che ci sta davanti. Per riconoscerla vera dobbiamo guardare al tavolo. Se abbiamo dubbi, possiamo anche approfondire l'esame, guardare i particolari, scorgere una prospettiva inusitata (ad esempio l'immagine del tavolo visto da sotto un pavimento di vetro) che prima pensavamo insensata o sbagliata.

«TLP 3.L'immagine logica del fatti è il pensiero». Il pensiero dunque si comporta come una immagine. Pertanto tutto ciò che è pensabile, come immagine è anche possibile. Ritornando al nostro esempio la proposizione : «Ali’ ama Saphire » può darsi che non sia mai vera; può benissimo avvenire il caso che nessun Ali’ ami nessuna Saphire; ma la situazione è possibile, perché è pensabile.»

«Caro discepolo sei molto bravo certo, ma ci sono alcune situazioni che mi paiono poco chiare. Ad esempio: ciò che si oppone a questo nesso è la possibilità che si possa pensare qualcosa che non è immagine logica. Ma, per Wittgenstein, non si può pensare illogicamente. Di un mondo illogico noi non potremmo dire nulla perché appunto il dire, suppone parlare in modo logico; non potremmo dire quale aspetto esso avrebbe. Wittgenstein aveva detto nelle note dettate a Moore: «un linguaggio illogico sarebbe un linguaggio nei quale ad esempio, tu possa mettere un evento in un buco» ( Note Moore,p. 223). E certo questo è un bel esempio di non senso. Ma ammetti che ci sia un marito geloso della moglie e che il tale marito abbia saputo di un tal evento - la moglie ha fatto cadere un fazzoletto davanti un suo amico piuttosto brutto. Quell'evento non può essere messo nel buco della sua deduzione gelosa. Perchè il marito è geloso soltanto di uomini prestanti. Come vedi dunque il senso si impadronisce sempre, di ogni possibile non senso. Wittgenstein qui mi pare molto vicino a problematiche di tipo geometrico. L'idea che nel linguaggio non è possibile rappresentare qualcosa di illogico sarebbe come rappresentare nello spazio una figura che contraddica le leggi della geometria; ad es. 1e coordinate di un punto che non esiste.»

«Ma caro maestro in realtà quello è un esempio, come tanti»

«Non credo, figliolo. Wittgenstein come abbiamo già visto insiste molto su quello che chiama metodo di proiezione. In un passo molto chiaro della sua Grammatica Filosofica, un testo che ho letto molto tempo fa e che ricordo a mente Wittgenstein dice: "supponiamo che ci venga affidato il compito di proiettare in piano, II, figure di forma diversa, che si trovano in un piano I. Potremmo allora stabilire un metodo di proiezione (per esempio quello della proiezione ortagonale) e rappresentarle in conformità con questo metodo. Allora ci sarebbe anche facile, dalle figure che si trovano sul piano II, trarre conclusioni sulle figure che si trovano su I. n (G. F. , p. 166-167) . Ma potremmo anche battere questa strada: per esempio stabiliamo (forse perché questa rappresentazione e la più comoda per noi) che le immagini sul secondo piano debbano essere tutte quante cerchi - quali che siano le figure rappresentate (abbilden) sui primo piano. Cioè, figure differenti del primo piano vengono rappresentate, sul secondo, per mezzo di proiezioni differenti. Allora, per poter interpretare i cerchi in II come immagini delle figure in I, dovrò indicare, per ogni cerchio, il metodo di proiezione; ma di per se stesso il puro e semplice fatto che una figura si rappresenta (darstellen) in I come un cerchio non dice ancor nulla sulla forma della figura rappresentata. Che la figura in II sia un cerchio: questa è la norma stabilita per la nostra rappresentazione - (Ivi, p. 167) ».

«Caro maestro capisco che Wittgestein interessava questa faccenda della proposizione: posso fare

un disegno qui sulla sabbia di quello che voleva dire?»

proiezione

 

 

 

 

«Questo è quello che voleva dire nel primo caso. Io penso che quest'altro disegno è quello che voleva dire nel secondo caso:

 

 

proiezione

 

 

 

 

«Hai capito perfettamente caro discepolo, tra l'altro trovo che sei anche un ottimo disegnatore. Però lo sai a che cosa serve questa metafora della proiezione? Te lo dico subito e scommetto che ti stupirai.Dice Wittgenstein: "Ora, quando rappresentiamo la realtà secondo la norma soggetto-predicato accade la stessa cosa. Lo schema soggetto-predicato serve come proiezione di innumerevoli forme logiche diverse"(Ivi).»

«Beh, ammetto che la cosa mi stupisce, ma fino ad un certo punto. Capisco solo che Wittgenstein non accetta la regola del soggetto e del predicato, se per lui è linguaggio qualsiasi espressione mi sembra difficile trovare un soggetto o un predicato nella proposizione "2+2= 4" o in una qualsiasi frase musicale, per esempio.»

«Sono perfettamente d'accordo con te su questo punto. Il sospetto è tuttavia che Wittgenstein soggiunga o ritenga che si possa trovare una forma logica più precisa per ogni tipo di linguaggio.»

«Beh, caro maestro non sarebbe possibile?»

«Ma, secondo me no, e forse anche secondo Wittgenstein, quelli che gli eruditi chiamano secondo Wittgenstein»

«Oh, bella: se c'è un secondo Wittgenstein, il primo chi era, un gemello?»

«Sì sei forte a fare dell'ironia. Gli eruditi non si rendono conto del ridicolo in cui cadono i loro schemi»

«Mah, maestro, non volevo portarti in giro, sono proprio interessanto al primo e al secondo»

«Basta, basta, vai a dormire, che oggi mi hai già dato qualche piccola lezione»

In effetti, il cielo si stava oscurando sempre di più, lo spettacolo del tramonto sempre uguale e sempre diverso (ma che forma logica avrà mai un tramonto?) metteva i due persiani in atteggiamento quasi religioso, o qualcosa di simile. Un atteggiamento di puro rispetto di quel nulla meraviglioso che era il tramonto nel deserto, del tutto misterioso, inspiegabile, insensato come tutta la loro esistenza, costretta a chiarire il buio della notte, e del mistero con quei difficili ragionamenti, che per quanto interessanti assomigliavano al passo esitante di un bimbo rapportato al duro sentiero dell'enorme montagna.

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO VI

Le relazioni interne.

 

 

La notte calava tra le dune, la pace avvolgeva tutte le cose, tranne la mente disperatamente sveglia del discepolo che rigirava tra sè e sè - per cosi' dire - le cose che aveva appena sentito dal suo maestro, la faccenda dei due Wittgenstein, le proiezioni.

Proprio come la notte che avvolge tutto e mostra particolari strani, paurosi e inaspettati, gli sembrava che il concetto di proiezione che lui stesso aveva spiegato cosi' bene, in realtà fosse pieno di equivoci.

Decise di stare sveglio e di leggersi direttamente il maledetto libro che aveva avuto la ventura di incontrare: il Tractatus che ormai maneggiava con estrema prudenza come se fosse uno di quei giochi esplosivi che gli abitanti di Cambaluc, oltre la Mongolia, avevano inventato e di cui aveva sentito parlare.

Certo, era un oggetto pericoloso.

Comunque con coraggio lesse:

"3.12 Il segno, mediante il quale esprimiamo il pensiero, io lo chiamo il segno proposizionale. E la proposizione è il segno proposizionale nella sua relazione di proiezione con il mondo.

3.13 Alla proposizione appartiene tutto ciò che appartiene alla proiezione, ma non il proiettato.

Dunque, la possibilità del proiettato, ma non il proiettato stesso."

Il discepolo riflette a quello che aveva sentito dire dal suo maestro, che il linguaggio è in realtà responsabile delle proiezioni. Ma qui sembrava che Wittgenstein escludesse qualcosa dalla proposizione, appunto il proiettato. Ma che era questo proiettato?

Lesse ancora:

"Nella proposizione, dunque, non è ancora contenuto il suo senso, ma è contenuta la possibilità d'esprimerlo."

Alt! Alt! Ci sono, pensò il discepolo. Se io non ho mai visto un narghilè e ho visto una pipa, non posso ben capire la frase «Il narghilè è una pipa» nella sua interezza. Ma la possibilità di capire in futuro la proposizione mi è assicurata da quelle parole che ho disposto in un certo ordine. Sarebbe come se nella proposizione ci fosse un vuoto o uno scarabocchio: «Il ##### è una pipa». Nel futuro appunto ##### si trasformerà in narghilè.

Tuttavia questo ordine che cosa rappresenta?

Ma forse è l'ordine del linguaggio? E questo ordine è connesso al mondo? O le domande che faccio sono del tutto insensate?

Il mondo ha un ordine? Oppure ha l'ordine che noi abbiamo messo?

Tutte queste domande gli affollavano la testa e lo rendevano inquieto e tuttavia affascinato dal problema che gli sembrava bellissimo.

Si addormentò con quella ridda di domande che gli travagliavano il sonno e i sogni.

Al mattino, quando il sole era già abbastanza alto sull'orizzonte e si apprestava a cucinarsi la colazione - un intruglio di erbe che chiamava te - ricevette la visita del maestro. Lo salutò e stranamente silenzioso, accudiva alle faccende domestiche, senza proferir parola.

«Vedo che stamattina sei di cattivo umore, cominciò il maestro»

«Ah si? E da cosa lo vedi, maestro?»

«Dal fatto che non apri bocca, tuttavia sono caduto in una trappola a cui io stesso non vorrei mai cedere: l'indiscrezione. Forse tu stai pensando a qualcosa di molto importante e certamente, io non posso 'vedere' i tuoi pensieri, al massimo posso non sentire la tua voce»

«Caro maestro, sto pensando in effetti all'ordine che esiste tra il nostro linguaggio e la realtà; da stanotte ci sto pensando, ma non ne vengo affatto a capo. Inoltre Wittgenstein con le sue parole per cui nella proposizione è contenuta la possibilità del senso ma non il senso stesso, non mi sembra che chiarifichi più che tanto le cose»

«Ma come, figliolo, poco fa mi avevi dato un bellissimo esempio di proiezione e di metodo di proiezione, e come va che adesso hai dei dubbi?»

«Ma, maestro, che cos'è la realtà?»

«Ti posso risponderti benissimo, caro discepolo alla tua - esorbitante - domanda, non rispondendoti affatto»

«Vedo che sei di cattivo umore, indubbiamente...»

«Ah!,Ah» rise allegramente il maestro (ed era già una confutazione alla sua impressione) «no,caro discepolo, volevo dire semplicemente questo: la realtà non si può affatto dire, ma solo mostrare. In un certo senso essa è muta, dal momento che le linee di proiezione possono essere accomodate all'oggetto, a qualsiasi oggetto, con un diverso metodo di proiezione»

«Capisco, maestro, tu ritorni al dire e al mostrare, di cui parla Wittgenstein, tuttavia io vorrei dirti ancora una cosa che mi passa per la mente, da quando ho sentito dire che i tagiki usano un linguaggio segreto per comunicarsi i messaggi di guerra»

«Bene, vediamo quest'esempio»

«Supponiamo che la frase 'Ali' ama Saphir' voglia dire 'Il sultano attaccherà Samarcanda'. Ammettiamo che un tagiko pigro si ricordi soltanto le prime due parole 'Ali ama' oppure che un sencondo tagiko non si ricordi l'ordine e dica 'Saphir ama Ali' questa ultima frase sarà intepretata come 'Samarcanda attaccherà il sultano' e l'altra con 'Il sultano attaccherà..." oppure il destinatario del messaggio segreto capirà precisamente le cose come stanno?»

«Caro discepolo, è proprio un bell'esempio. Io credo che per forza di cose - a pena di riuscire a far sorgere una grande confusione, la soluzione più chiara sia quella di dire che è meglio far corrispondere ad Ali', il sultano; ad amare il verbo 'attaccare' e a Saphir 'Samarcanda'. Certo è tuttavia che le esigenze del messaggio segreto siano proprio quelle di confondere le acque e non vedo se la mia soluzione sia quella più trasparente»

«Si certo, l'esempio dei messaggi segreti è un po' contraddittorio per i nostri usi; infatti in genere quando uno usa il linguaggio, deve tentare di chiarire il più possibile»

«In ogni caso questo spiega perchè Wittgenstein dica:

 

3.141 La proposizione non è un miscuglio di parole. — (Co­me il tema musicale non è un miscuglio di suoni.)

La proposizione è articolata.

3.142 Solo fatti possono esprimere un senso; una classe di nomi non può farlo.

 

3.143 Che il segno proposizionale sia un fatto viene nasco­sto dalla consueta forma d’espressione grafica o tipo­grafica.

Infatti, nella proposizione stampata, ad esempio, il segno proposizionale non pare essenzialmente diffe­rente dalla parola.

(Ecco perché Frege ha potuto denominare la propo­sizione un nome composto.)»

 

«Bene, caro discepolo cerca di chiarire queste proposizioni; io per mio conto credo che Wittgenstein voglia dire che è importantissimo capire la differenza tra proposizione e parola, proprio come dicevi tu prima è essenziale che le parole siano staccate tra di loro e abbiano un ordine proprio come in un messaggio cifrato è molto diverso dire 'Ali' ama Saphir' e 'Saphir ama Ali', perchè nel primo caso vorrebbe dire 'Il sultano attaccherà Samarcanda' e nel secondo caso 'Samarcanda attaccherà il sultano'. Anche se la proposizione nel suo significato primo sembra la stessa cosa»

«D'accordissimo con te, maestro. Inoltre credo che qui Wittgenstein voglia anche dire una cosa che spesso ci sfugge: cioè il carattere di immagine della scrittura. La scrittura è una serie di oggetti dipinti che hanno la loro antichissima origine proprio nei geroglifici dei nostri cugini egiziani e da quello che dice Zarathustra anche in caratteri simili usati dai cinesi»

«Certo caro discepolo: inoltre ti posso dire che Wittgenstein dava grande importanza a questo fatto, non fosse altro perchè era una differenza importante tra lui e i suoi maestri. Si, caro discepolo, quel nome che vedi scritto : Frege era un maestro di Wittgenstein»

«Ha sì? E cosa diceva questo Freche?»

«Pronuncia bene non Freche, ma Freghe. Diceva Frege (ma naturalmente noi sappiamo solo quello che diceva Wittgenstein di Frege) "Frege disse 'le proposizioni sono nomi'; Russell disse 'le proposizioni corrispondono a complessi'. Ambo le tesi sono false; e specialmente falsa è l'asserzione 'le proposizioni sono nomi di complessi" (Note logica, p. 201). Il complesso in realtà non è nella realtà ma solo nella proposizione. E' la proposizione che seleziona una serie di oggetti e li compone al suo interno ne fa' un'unità. La proposizione è la ricreazione di un ambiente che non esiste in realtà. Wittgenstein insiste molto su questa oggettualità dei segni:

"3.1431. Chiarissima diviene l’essenza del segno proposizio­nale se lo concepiamo composto, invece che di segni grafici, d’oggetti spaziali (come tavoli, sedie, libri). La posizione spaziale reciproca di queste cose espri­me allora il senso della proposizione."»

«Benissimo, fino qui ci siamo: il complesso non esiste nella realtà ma semplicemente nel linguaggio,d'accordo? Ma allora come facciamo a capire che una certa proposizione è falsa e un'altra invece e vera?»

«Certo, tu mi dici che tra parola e cosa ci dovrebbe essere una corrispondenza perfetta. Non cosi' tra proposizione e complesso, mi pare di capire»

«Soltanto che, caro maestro, un oggetto è semplice o complesso a seconda del modo con cui la proposizione lo descrive»

«Anche questo è vero»

«E allora come ne veniamo a capo?»

 

 

 

3.1432 Non: «Il segno complesso «aRb» dice che a sta nel­la relazione R con b», ma: Che «a» stia in una certa relazione con «b » dice che aRb.

 

3.144 Le situazioni si possono descrivere, non denomi­nare.

(I nomi somigliano a punti; le proposizioni, a frecce:

Esse hanno senso.)

 

«Sto pensando una cosa quasi eretica, caro maestro, che la proiezione è l’unica realtà simbolica che abbiamo. Il proiettato è una visione personale che uno ha, ma ciò che importa non è il proiettato ma la parola che indica il proiettato. Il complesso dunque non esiste nella realtà e quindi semplice e complesso è soltanto il nostro modo di intendere la realtà»

 

«Hai ragione caro discepolo.Del resto Wittgenstein non attribuisce alcuna realtà al complesso reale o meglio gli attribuisce una articolazione linguistica»

 

TLP 3. 1431 Chiarissima diviene l'essenza del segno proposizionale se lo concepiamo composto, invece che di segni grafici, d'oggetti spaziali (come tavoli, sedie, librl). La posizione spaziale reciproca di queste cose esprime allora il senso della proposizione

 

«Come vedi caro discepolo, la disposizione spaziale reale degli oggetti può assumere anche un significato linguistico, le proposizioni hanno un senso proprio come c’è un senso del viaggio della carovana, il viaggio di andata ha una direzione, un senso, quello di ritorno un’altra direzione, un altro senso. Questo è sufficientemente chiaro più problematico è capire che anche gli oggetti in generale, hanno un senso.»

 

«Caro maestro, ma che vuoi dire: gli oggetti hanno un senso e che vuol dire? .»

 

 

«Ti voglio citare alcune proposizione di Wittgenstein Frege disse 'le proposizioni sono nomi'; Russell disse 'le proposizioni corrispondono a complessi'. Ambo le tesi sono false; e specialmente falsa è l'asserzione 'le proposizioni sono nomi di complessi« (Note logica, p. 201) .

La proposizione è un fatto e« i fatti non possono essere nominatl» (Ivi) . Possono essere solo descritti e articolati con una disposizione di elementi qualsiasi (siano essi anche le parole o tavoli, sedie, libri). Sei d’accordo? »

«Certo, però posso capire quello che vuoi dire.Cosi’ come ha senso dire Saphir ama Ali’ e non vuol dire niente, o vuol dire un senso poetico Saphir Ali ama anche l’ordine con cui vediamo le cose può essere sensato o insensato. Ad esempio può essere sensato dire che il narghilè stia sul tavolo ma non che il tavolo stia sul narghilè»

«Certo caro discepolo; però vedi nella realtà non puoi escludere che in equilibrio precario il tavolo possa stare sul narghilè»

«Certo è possibile»

«Vedi caro discepolo, la relazione tra narghile e tavolo è solo esterna e ciò vuol dire che i loro rapporti sono abbastanza liberi non sono necessari. Invece ci sono dei rapporti necessari che Wittgenstein chiama rapporti interni. Vedi come ne parla: Abbiamo due proposizioni fra cui esiste una relazione formale. Sembra che sia possibile esprimere stati di cose simili ora mediante una proposizione ora mediante due fra le quali esista una relazione interna. P. es.

 

Posso dire: a è lungo 2 m, b è lungo 1,5 m. Allora diventa visibile che a è più lungo di b. Quel che non posso dire è che 2 > l, 5: questo è interno. Ma posso dire anche: a supera b di 0, 5 m. In tal caso ho evidentemente una relazione esterna perchè sarebbe altrettanto pensabile che il segmento a fosse più breve di b. (WCW, p. 42).

In un certo senso le relazioni interne sono in larga parte relazioni logiche, relazioni per le quali è impensabile che possa esserci un altro modo della relazione. Il fatto è che bisogna sempre distinguere il contesto della relazione. Se dico che Ciro viene prima di Dario può essere che questa sia una relazione interna della storia ma potrebbe essere altrettanto vero che occasionalmente il tuo amico Ciro venga all’appuntamento prima del tuo amico Dario.

«Caro maestro, da una parte penso che il tuo pensiero sia evidente, certissimo, d'altra parte invece mi sembra un po' strano nel senso che le relazioni interne sono quelle evidenti. E' certo che nel corso della storia Ciro viene prima di Dario, ma avrebbe potuto venire dopo»

«Si certo, caro discepolo, ma la storia ci dice che non è cosi'»

«Allora una relazione interna può essere anche storica?»

«Certo, ma nella misura in cui sappiamo che se Ciro è nato prima di Dario vuol dire che viene prima di Dario»

«Ma questa che scienza è, caro maestro? Mi sembra quella scienza del ragazzino che va a scuola e che interrogato, accetta il suggerimento del compagno: se è nato prima di Dario è certo che viene prima di Dario»

«Certo, sembra una vuota scienza, una tautologia direbbe Wittgenstein, ma è capitale sapere come appare a noi una tautologia. Voglio dire che noi ci muoviamo in un mondo che è per la maggior parte tautologico, ma non ci rendiamo conto che cosi' non appare ad un essere diverso, ad un animale, per esempio»

«Ci risiamo con gli animali, maestro, ma come facciamo ad immaginare un universo animale?»

«E' abbastanza semplice. Leggiamo questa proposizione di Wittgenstein:

 

'Dal fatto che io vedo che una macchia è a sinistra d'un'altra, o che un colore e più cupo d'un altro, sembra seguire che è cosi; e, se è cosi, questo può essere solo se v'è una relazione interna tra le due cose; e potremmo esprimere questo dicendo che la forma dell'ultima è parte della forma della prima. Potremmo cosi dare un senso all'asserzione che le leggi logiche sono forme del pensiero, e spazio e tempo sono forme dell'intuizione' (Note Moore, p. 236).

 

Puoi pensare che un'animale possa arguire da una visione che una macchia è a sinistra di un'altra o che un colore è più cupo di un altro?»

«Certo che no, tuttavia saprebbe riconoscere una preda da un'altra se il colore del mantello fosse più cupo»

«Può darsi, ma io penso che nel mondo animale queste relazioni interne, letteralmente, non interessano, nel senso che il mondo animale è dominato dall'istinto»

«Ma maestro, non credi che allora agli uomini è stato dato un istinto di altra natura, l'istinto logico, quello delle relazioni interne?»

«Accidenti caro discepolo, questa mi sembra una cosa molto bella, stai diventando bravissimo, bisogna che ti premi con un bel pranzetto: guarda che ti ho portato»

Il maestro srotolò la sua sacca e venne fuori una bella forma di cacio, che il discepolo apprezzo subito almeno con lo sguardo.

Taciti i due si accinsero a mangiare nell'ombra confortante della tenda. Il sole descriveva la sua corsa nel cielo e le cose del deserto sembrava che aspettassero solo la fine di quella corsa. Il deserto è quasi una notte nel giorno.